Karl Marx ovvero lo spirito del mondo, di J. Attali

28 Agosto 2008
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Recensione a cura di Andrea Pubusa
 
Karl Marx ovvero lo spirito del mondo, di Jacques Attali.
Attali ha molta ammirazione e forse qualche invidia per Marx. Lo intriga quell’essere un intellettuale che interpreta lo spirito del mondo, quale forse lui Attali vorrebbe essere. Ma non capisce l’uomo,  Non si spiega, per esempio, perché preferisca vivere nell’indigenza anziché godere degli agi che la sua condizione avrebbe potito riservargli. Attali,  del resto, pur di essere in auge non disdegna le collaborazioni più contraddittorie. Comunque è una bella biografia che ci restituisce la figura del rivoluzionario, impegnato in tutte le battaglie di libertà del suo tempo.

Ecco una presentazione del volume.
Questo non è un libro di storia ma un libro di storie. E la storia di Karl Marx, è la storia dell’Europa, è la storia del capitalismo, della democrazia e della libertà. E la storia della globalizzazione. Che nasce proprio con Karl Marx, primo convinto sostenitore di una società, un mercato e una politica mondiali, possibili grazie all’interazione della scienza e della tecnologia, alla circolazione delle merci, delle persone, delle idee: il mondo unito è per Marx la sola alternativa possibile al prevalere degli interessi del più forte. Fra gli obiettivi di questa biografia vi è quello di smascherare i colossali “falsi” attribuiti al pensiero marxista e porre la domanda: ora che il marxismo è morto siamo ancora in tempo per capire Marx?

Ed ora un’intervista di Liberazione dell’11 novembre 2006 all’autore.
Jacques Attali, il mondo non sarebbe lo stesso senza Marx, di Tonino Bucci
Intervista all’intellettuale francese. La monumentale biografia sul filosofo tedesco esce anche in Italia dopo il successo in Francia. «E non sono mai stato marxista» precisa l’autore, studioso eclettico ed ex consigliere di Mitterrand.
Ci voleva un socialista, meglio, un liberalsocialista, per lanciare la pietra dello scandalo. Per disseppellire Marx dall’oblio dei tempi. Marxista, Jacques Attali, non lo è mai stato. Ex consigliere di Mitterrand, primo presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, intellettuale eclettico, economista, letterato, scrittore, giornalista, è piuttosto un esponente di spicco del socialisme libéral, gruppo composito all’interno della galassia della sinistra francese, sulle orme di personaggi del calibro di François Furet, Dominique Strauss-Kahn, Alain Touraine, Jean Daniel e Jacques Julliard.
La biografia di cui è autore, Karl Marx ovvero lo spirito del mondo (Fazi Editore, pp. 426, euro 22,50) ora esce in Italia. «In Francia ha venduto come il pane», parole dello storico Eric Hobsbawm.
Attali osa fare quel che finora non è riuscito alla sinistra e agli intellettuali “post-comunisti”, timorosi di riprendere in mano la propria identità culturale come se questa costituisse una colpa storica da cui correggersi. Il Marx di Attali, invece, ha ancora qualcosa da dirci ai nostri tempi. Perché?
La prima ragione sta nel titolo del libro, Karl Marx ovvero lo spirito del mondo: espressione “hegelianeggiante” per dire che fu un vero pensatore politico dell’universale, teorico dell’emancipazione di tutto il genere umano. «Lui è il primo a concepire il mondo come un insieme allo stesso tempo politico, economico, scientifico e filosofico. Seguendo l’esempio di Hegel, suo primo maestro, Marx intende dare una lettura globale del reale».
Secondo, il suo tempo presenta una serie di impressionanti analogie con la globalizzazione del nostro tempo: il primato economico anglosassone, l’esplosione demografica asiatica, la rivoluzione tecnica, le disuguaglianze sociali, l’incertezza del futuro.
Terzo: caduto il socialismo reale possiamo riscoprire il Marx vero, originario che il Novecento avrebbe poi deformato e travisato. E qui si potrebbe pensare ad Attali come all’ennesimo intellettuale liberal - sulle orme, per intenderci, di un Benedetto Croce o di un Lucio Colletti o di un Norberto Bobbio - che teorizza un presunto “grado zero” del marxismo alle spalle del terribile ’900, come se non fosse destino d’ogni grande filosofia essere calata giù dal regno delle idee nel tempo della storia, quindi interpretata e misurata con la realtà. Spesso lo slogan del ritorno alle origini, tanto di moda oggi, è servito a rimuovere dal pensiero di Marx l’ambizione più ardita che in suo nome il XX secolo ha coltivato: una società alternativa al capitalismo. Proprio quello che tanti pensatori liberali hanno negato a Marx: di essere stato cioè capace di formulare una teoria autosufficiente dello Stato socialista. Tutt’al più si sono spinti a riconoscere il marxismo come una buona teoria per fare storia, per studiare il capitalismo e la sua economia e persino per ispirare un po’ di sana lotta sindacale contro le ingiustizie più evidenti. Mai, però, i liberali hanno riconosciuto nel marxismo una teoria della rivoluzione e una teoria autosufficiente di un’altro sistema politico.
No, Attali non sembra appartenere a questo filone liberal, anzi si ostina a presentare come attuali proprio quelle che ritiene essere le riflessioni più autentiche di Marx sulla rivoluzione. «E’ un pensatore mondiale. Non pensa alla realizzazione del socialismo in un solo paese. Pensa in termini di mondo, pensa che il genere umano vada verso lo sviluppo del capitalismo e solo dopo possa realizzarsi il socialismo. Ma attenzione: per socialismo intende non l’appropriazione della proprietà da parte dello Stato, ma l’abbondanza per tutti». L’uomo d’azione e il teorico coesistono. Per il primo aspetto Marx è un rivoluzionario che non rigetta affatto l’utilità dell’azione a patto che non rimanga confinata a un ambito locale. «Cercava di organizzare la classe operaia su scala mondiale proprio perché non credeva alla realizzazione del socialismo in un solo paese. La sua sola azione politica è stata l’Internazionale dei lavoratori che lui interpretava più come un sindacato». Il compito pratico si rivela più complicato di quanto previsto. E qui entra in gioco il Marx teorico, «fiducioso della bontà delle proprie teorie. Nella crescita della mondializzazione del capitale vedeva la conferma delle sue tesi».
Per il Marx di Attali la rivoluzione o sarà globale o non sarà affatto. L’unica rivoluzione novecentesca, quella russa, che pure reagì a una crisi globale, provò a fare il socialismo in un solo paese. Fu una forzatura della storia? Ma è possibile una rivoluzione che esploda ovunque e contemporaneamente su tutto il pianeta? «Marx è un teorico, vede la storia e in quale direzione sta andando. Capisce che bisogna anzitutto costruire le forze per arrivare a quell’obiettivo. Questo può voler dire anche una partecipazione al potere con la socialdemocrazia, ad esempio, anche se una fase del genere non può essere definita socialismo. Marx era totalmente ostile alla dittatura e all’appropriazione della proprietà da parte dello Stato. Il socialismo dovrà essere planetario, costruito solo nel corso di interi secoli. Per questo non definisce i dettagli della società socialista, ma soltanto l’azione politica per arrivarci. E all’inizio non può non passare per una strutturazione e un’organizzazione della classe operaia».
Ma come si concilia il Marx della liberazione dell’individuo con la formula della dittatura del proletariato? «L’espressione è usata per la prima volta in un momento particolare, riguardo alla Comune di Parigi. Tornerà solo tre volte. Marx spiega quello che intende: la dittatura è quel momento in cui bisogna aiutare la realizzazione del socialismo, ma deve essere un periodo molto breve, comunque accompagnato dalla libertà di stampa e dall’indipendenza della giustizia. Forse le parole sono state scelte male. Ma non dimentichiamo che Marx è un giornalista, non può rinunciare alla libertà di stampa. E’ vero che c’è una lacuna nel suo pensiero, non parla mai di quello che potrebbe avvenire qualora dopo questo periodo di transizione ci fosse la volontà di tornare indietro al capitalismo. Non ammette questa eventualità, forse perché - come Gramsci - trova evidente che la gente a quel punto starà così bene che il problema non si porrà nemmeno».
Il socialismo come l’intende Marx, una sorta di governo globale, è forse l’idea più affascinante per un’epoca globalizzata come la nostra. I liberali pensano che la democrazia si sviluppi solo entro l’orizzonte della libera impresa. Marx pensava invece che democrazia e mercato fossero incompatibili. Aveva ragione lui? «La forza del pensiero di Marx sta qui. Se il mercato e la democrazia sono compatibili all’interno di un paese, su scala mondiale invece si contraddicono. Il mercato diventa mondiale, mentre la democrazia è solo locale. E’ una disparità. O saremo capaci di arrivare a una democrazia globale oppure il mercato ridiventerà locale o, infine, l’economia mondiale continuerà ad andare avanti senza regole. Per questo è importante che ci sia un’organizzazione dei conflitti sociali a livello mondiale. Ci sono segnali positivi, pochi giorni fa è nata una confederazione sindacale mondiale, ma in generale il movimento operaio è in uno stato di smarrimento. Pensa che Marx non sia più attuale».

1 commento

  • 1 de vincenti
    29 Agosto 2010 - 16:59

    IL movimento operaio ha sindacalisti discutibili.
    I Politici sono alleati con le Lobbies.
    Serve un governo mondiale nell’era della Globalizzazione. Se il Debito Privato diventa Pubblico allora siamo al capolinea.
    Cosa costavano i 4 libri Das Kapital negli anni ‘70 Editori Riuniti ??????? Adios

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