Ma “Kelledda” Murgia non è l’alternativa

17 Gennaio 2014
1 Commento


Carlo Dore jr.   

In un lungo articolo pubblicato il 15 gennaio sul “Fatto quotidiano”, Lorenzo Fazio descrive la candidatura di Michela Murgia alla carica di Presidente della Regione Sardegna come l’ennesimo momento di riscossa del civismo democratico in confronto del “sistema marcio” da cui anche “la sinistra non è immune”, come un esaltante frammento di “politica partecipata” che i media collusi con i palazzi del potere tentano in ogni modo di occultare allo scopo di “non togliere spazio al PD”.
Al netto di qualche errore di impostazione (l’autore forse ignora il fatto che alcuni candidati presenti nelle liste collegate alla scrittrice di Cabras hanno a lungo ricoperto incarichi di primo piano nell’ambito di quel “sistema marcio” dei partiti di cui oggi invocano il superamento) e di una lettura quantomeno discutibile degli orientamenti dei principali media isolani (certamente non “allineati” alle forze del centro-sinistra), l’interessante scritto di Fazio costituisce lo spunto per proporre alcune considerazioni sulla politica sarda alla vigilia del voto.
Il ragionamento dell’editore di Chiarelettere muove da un presupposto accettabile: la critica alle troppe incertezze manifestate dal PD nel tentativo di contrapporsi, nel corso della legislatura appena conclusa, allo strapotere di quella che probabilmente è stata la peggiore espressione della destra berlusconiana, incertezze drammaticamente palesatesi nella scelta di non precludere la presenza nelle liste a tutti i soggetti coinvolti nelle indagini relative alla gestione dei fondi destinati ai vari gruppi presenti in Consiglio regionale.
Le incertezze del PD imporrebbero la ricerca di un’alternativa: ecco allora che il riferimento dei tanti indignados sparsi per il Campidano viene individuato nel sorriso della scrittrice reinventatasi guru di una politica de-ideologizzata che non vuole essere né di  destra, né di sinistra; nella leadership carismatica della self made woman che attraversa l’Isola con il rituale artificioso della nomina degli assessori virtuali; nella retorica ruspante ed un tantino naif della “rinascita del sogno indipendentista”. “Il sistema è marcio” tuonano i novelli epigoni di Braveheart in salsa barbaricina; il sistema è marcio, e “Kelledda” Murgia è l’unica alternativa.
Ma è davvero così? Davvero le forze dell’area democratica hanno smarrito la loro capacità di individuare nella questione morale il substrato essenziale della propria strategia politica? Davvero il centro-sinistra ha perso ogni canale di collegamento con la società sarda, dimostrandosi non in grado di valorizzare le eccellenze che vivono in seno ad essa? Forse no: forse un barlume di speranza è rimasto, forse il “sistema marcio” ha ancora degli anticorpi. E’ infatti nella prospettiva della riaffermazione della questione morale che si giustifica il “passo indietro” richiesto a gran voce a Francesca Barracciu da quella fetta di elettorato progressista che non si stanca di rivendicare “liste pulite”, e di pretendere trasparenza e rigore nella formazione della classe dirigente. Ed è nel quadro della valorizzazione delle eccellenze che trova la sua ragion d’essere la candidatura di Francesco Pigliaru, economista di chiara fama formatosi tra Milano e Cambridge, profondissimo conoscitore della realtà locale e delle cause che hanno frenato lo sviluppo di una terra prossima al collasso.
Centralità della questione morale, valorizzazione delle eccellenze: la rispettabile critica di Fazio al sistema esistente non può condurre al venire meno di ogni speranza, non può impedire ai democratici sardi di proporre un’alternativa al basso impero della destra berlusconiana. Un’alternativa che non si esaurisce nello sterile indipendentismo dei seguaci di Kelledda, un’alternativa che intende favorire il rilancio della Sardegna non isolandola in logiche identitarie, ma restituendole centralità a livello nazionale ed internazionale. Centralità della questione morale, valorizzazione delle eccellenze:  sì, malgrado la crisi del “sistema marcio” una speranza è rimasta. Per la Sardegna, e per i progressisti sardi.

1 commento

  • 1 giacomo meloni
    17 Gennaio 2014 - 15:06

    L’aver riproposto per la terza legislatura la candidatura di alcuni consiglieri uscenti non sembra una scelta nella direzione di una buona politica. Mi risulta che uno di questi consiglieri sia molto criticato nel suo stesso territorio, eppure c’è stata l’eccezione, mentre dalla rosa è stato cassato il consigliere G. Valerio Sanna che qualche merito ha per aver lavorato bene in Consiglio,dimostrando preparazione e competenza.
    Critico anche il fatto che non sia stata fatta chiarezza sulla questione che erroneamente si continua a chiamare “morale”, avendo ricandidato alcuni consiglieri inquisiti; mentre era stato chiesto all’on. Francesca Barracciu un passo indietro proprio perché inquisita. Contraddizioni evidenti a cui il PD non ha dato ancora risposte convincenti.
    Ma voglio ritornare sulla “questione morale” per osservare:
    Ovunque vada e nelle poche occasioni in cui mi concedono la parola, mi sforzo di spiegare che è sbagliato il termine questione “morale” applicato alla politica. Infatti la radice della moralità è tipicamente religiosa , strettamente legata alla sequenza: peccato-pentimento-perdono(assoluzione) ed è proprio quello che
    vogliono i nostri politici indagati per il grave reato di peculato che sempre più frequentemente si rivolgono al prete/compagno don Ettore per essere in qualche modo ” assolti”. Essi, infatti, si pentono e vorrebbero essere perdonati e soprattutto assolti. E così pensano di essersi liberati da ogni vincolo civile/ sociale e politico coi propri elettori.
    In politica, invece, è più appropriato il termine questione “etica civile “,la cui radice affonda nel concetto laico Kantiano di “imperativo categorico”. L’errore del politico – nel caso specifico il reato di peculato – è , invece , la rottura del rapporto di fiducia col proprio cittadino/elettore che implica non certo l’assoluzione, come essi vorrebbero , ma l’immediata ed irrevocabile dimissione dall’incarico pubblico. E’ questione di etica civile.

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