Indipendentismo e Costituzione, quale relazione?

20 Gennaio 2014
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Amsicora

Il compagno Emanuele Pes, con garbo e con la sua solita franchezza, commentando il mio intervento “Ho un’idea! Votiamo chi rispetta la Costituzione“, ha scritto: “Mi lascia abbastanza perplesso motivare il non voto a Michela Murgia sulla base del vincolo dell’unità e indivisibilità della Repubblica italiana: non ho molti strumenti per elaborare un ragionamento, ma il principio di autodeterminazione l’ho sempre immaginato con valenze molto, molto complicate, non solo per la sua affermazione, ma anche per la sua negazione (anche quando assume la denominazione di indipendentismo). Tranne che, ad es., per Napolitano, che mi è capitato di sentire una volta farsene beffe, e grasse risate. Ma proprio grasse. Che ci avrà da ridere, ho pensato, ride solo di sarcasmo. Avrei voluto dirgli, tanto appunto per dirgliene una su unità ed indivisibilità: il principio di autodeterminazione viene prima della Costituzione e il Trattato di Osimo è venuto dopo. Detto proprio in termini meramente cronologici. E mi rimane sempre il dubbio, mi sembra più che fondato, che il principio di autodeterminazione sia stato comunque alla base della Resistenza, della nascita della Repubblica e della Costituzione. Poi definire gli ambiti di esercizio di questo principio/diritto sarà anche difficile, epperò…esiste, è una di quelle cose che stanno in piedi da sole.
E ancora: contrapporre indipendentismo-sovranismo alla Costituzione non mi sembra utile, anche perché facilita e legittima una mancanza di confronto tra posizioni indipendentiste e le conquiste (io continuerei a definirle così) del pensiero politico democratico italiano
“. Poi Emanuele esprime una preferenza di voto per Sel e Pigliaru. Questa sua opzione rientra nella libera scelta di ciascuno e devessere rispettata. Merita invece un’approfondimento la questione dell’indipendentismo in relazione alla Costituzione, anche perché vanno moltiplicandosi in Sardegna i movimenti indipendentisti e quasi una decina, in varia forma, si presentano alle prossime elezioni regionali.
Che l’indipendentismo possa essere legittimamente predicato in Italia è la stessa Costituzione a garantirlo. L’art. 49 prevede che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale“. Come si vede, la norma è incentrata sul “metodo democratico” dell’azione dei partiti. Le finalità pertanto possono essere anche eversive, ossia contrastanti coi principi fondamentali della Costituzione, ma, se perseguite democraticamente, non danno luogo ad alcuna illiceità. Una conferma di questo si ha nella disciplina sulle riunioni che sono sempre legittime se si svolgono democraticamente, ossia pacificamente e senza armi. E ancora  la norma sulla libertà di associazione vieta solo le associazioni segrete e quelle che perseguano fini politici con struttura militare. In conseguenza, sono ammesse le associazioni militari, anche con forte gerarchia al loro interno, purché non perseguano fini politici. Se perseguono queste finalità devono farlo democratioamente e dunque senza struttura paramilitare. La dialettica democratica infatti è incompatibile con quella delle armi, con lo scontro armato. Il ricordo delle camice nere o brune è evidente.
Come si vede, la nostra Costituzione, nel garantire le libertà giunge al limite estremo, e cioé di permettere e tutelare anche la propaganda anticostituzionale, antisistema, purché condotta secondo i crismi della democrazia, ossia col proselitismo ed il convincimento dei cittadini. Altre costituzioni democratiche non giungono a questo. E campioni del pensiero liberale come Popper hanno posto come limite alla libertà politica quella di non proporsi finalità antisistema. Solo la propaganda fascista è espressamente vietata dalla nostra Carta, e ben se ne comprendono le ragioni anche storiche. La nostra è una Costituzione antifascista, nata dalla guerra di liberazione nazionale e dalla lotta partigiana. Il fascismo non deve avere possibilità di replica nel nostro Paese.
Pertanto, quanto dice Emanuele non fa una grinza in relazione alla liceità della propaganda e dell’organizzazione indipendentista. Il principio di autodeterminazione dei popoli può essere declinato in tutte le forme nel nostro ordinamento. I leghisti padani, come gli indipendetisti sardi o siciliani o i nostalgici del Regno delle due Sicilie, possono democraticamente organizzarsi, scrivere, propagandare le loro idee, partecipare alle elezioni. Bisogna però, se non ci si vuole nascondere dietro un dito e se non si tratta d’indipendentismo all’acqua di rosa e propagandistico, ammettere che la separzione di una regione dal resto del Paese, per essere introdotta, richiede una rottura dell’unità nazionale e dell’indivisibilità dell’Italia, sancita nell’art. 5 Cost., che è un principio fondamentale, insuscettibile come tale perfino di revisione costituzionale. Richiede, cioé, uno strappo rivoluzionario. Un atto rivoluzionario in senso non solo politico, ma anche tecnico-giuridico, che consiste in una rottura, esercitando un potere costituente, per sua natura libero nel fine, dell’ordine costituito. A quel punto, ovviamente ciò che conta è la forza non il diritto. Il che non vuol dire che l’atto rivoluzionario debba essere necessariamente violento. Di solito è così, ma ci sono anche esempi storici di separazioni consensuali: vedi la vecchia Cecoslovacchia, ora divisa in due stati. Anche l’Unione sovietica è stata dissolta senza l’uso delle armi.
Detto questo, e senza assolutamente comprimere la libertà d’essere democraticamente indipendentisti o separatisti, come certamente sono tutti i movimenti indipendentisti sardi, si può essere d’accordo o no nel merito. Qui ovviamente il discorso diventa storico-politico-culturale. Per molti di noi “rossi antichi” non pentiti, formati alla scuola delle forze del Movimento operaio del Novecento (PCI e Gramsci sopratutto, ma anche PSI), il Risorgimento e l’unità nazionale sono un fatto progressivo e la Resistenza ne è, in qualche modo, la continuazione e il coronamento. La Costituzione repubblicana per la prima volta ci ha dato un ordinamento democratico e ci ha reso liberi. Lo Statuto soeciale, approvato con legge costituzionale, è un pezzo della nostra Costituzione, che chiede d’essere attuato pienamente prima di essere modificato, ma può essere anche revisionato in meglio. Molti di noi si “accontentano” di queste libertà e non intendono correre l’avventura di abbandonarle per chissà quale nuovo sistema. Quello leghista, ad esempio, fa schifo e paura. Ciò non esclude che ci siano anche movimenti indipendentisti che vogliono una Sardegna socialista (ad esempio, “A manca”) e questo fine è più accettabile. Ma per ottenere consenso, nel merito, bisogna essere molto chiari su che cosa si vuol dare a noi poveri cittadini in luogo delle libertà attuali. Il movimento comunista scontava anch’esso una rottura rivoluzionaria del sistema e dello Stato capitalista, ma diceva cosa voleva dare, quali erano i fini: la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo (anche se poi - ahinoi! - le versioni orientali del “socialismo reale” sono andate in tutt’altra direzione).
Al momento una sola cosa è certa: gli indipendentisti, nelle loro varie versioni,  concorrono a delegittimare la Costituzione italiana, nata dall’antifascismo e dalla Resistenza, togliendole quel consenso che le occorre per vivere ed essere attuata. La privano di quel sostegno che le destre le hanno sempre negato, combattendola. Gli indipendentisti nostrani, compresa Michela Murgia, non hanno mai chiarito la loro posizione sulla Costituzione. Eppure è un tema centrale per delineare la prospettiva politica e istituzionale. Si può votare un candidato reticente su questo punto?

1 commento

  • 1 Quel tabù chiamato Costituzione
    1 Febbraio 2014 - 01:07

    […] mentre in Sardegna la sinistra locale ha dovuto confrontarsi con l’indipendentismo, timorosa di veder incrinati i valori sorti dalla resistenza, e che hanno dato vita alla nostra Repubblica. […]

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