I bambini e le donne di paese nella Grande guerra

26 Agosto 2014
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Andrea Pubusa

L’altro giorno a Rai Storia ho visto una trasmissione che metteva in risalto come nella Grande guerra si acuì nella masse il bisogno di saper leggere e scrivere. Nel paese bastava saper parlare il dialetto, per comunicare da e per il fronte  occorreva saper scrivere e parlare. Ecco allora cosa accadeva al mio paese e in tutte le campagne d’Italia. I bambini e le bambine che andavano a scuola diventavano scrivani e lettori per conto di madri e mogli dei soldati al fronte. Anche a Nuxis molti giovani contadini furono strappati alla campagne ed era necessario comunicare. Mia madre che allora aveva 8-11 anni svolgeva la sua funzione di scrivana-lettrice nel vicinato. Leggeva le lettere che arrivavano dal fronte e contenevano scarne notizie sulla stato di salute e molto pudiche sui sentimenti verso moglie e familiari e le risposte anch’esse brevi e misurate. Cosa si poteva scrivere di più per interposta persona? Non si scriveva tutti i giorni, ma si seguiva una cadenza fissa. La cosa più terribile e angosciante accadeva quando la tempistica saltava, la risposta tardava. Di solito, dopo qualche mese arrivava immancabilmente una lettera ufficiale con una scritta sempre uguale “deceduto nel campo dell’onore“. E toccava a quelle bambine o bambini dare la straziante notizia.

A Nuxis i morti furono tanti in proporzione agli abitanti. In pratz’e cresia c’è il monumento coi nomi. Tante storie tristi. Quei giovani, mai usciti dal paese, abituati al lavoro duro dei campi o dell’allevamento, venivano strappati alla terra e inviati in un altro mondo senza capire il perché, senza odi e senza sapere cos’era la guerra. Fra queste storie, mia madre ricordava sempre la vicenda tragica de Tzia Peppina. Vedova con due figli viveva  nel furriadroxiu di famiglia “Is Ollargius“, un sito meraviglioso fine settecento-primi ottocento ancora in piedi vicino a Tattinu, a cinque chilometri da Nuxis nella strada per la chiesetta di S. Elia lungo la vecchia carrabile per Santadi. Alcune case, l’una attacata all’altra, su diversi livelli. Io in Studio ne ho una gigantografia, su scatto mio del 1991. Si vedono ancora il forno all’estermo e is lollas per il ricovero dei buoi e dietro c’è anche il recinto in muretto a secco (”sa corti“) per pecore e capre. Non se la passavano male Tzia Peppina e i figli, anche se il lavoro iniziatava alle prime lucci dell’alba e finiva al calar della notte. Un triste giorno i due giovani vennero richiamati al fronte e la cattiva sorte volle che morissero entrambi. Per l’uno e per l’altro Tzia Peppina ricevette la lettera con la scritta standard, che naturalmente non capì. Cosa poteva essere questa caduta nel campo se non una momentanea frattura? Ci fu, dunque, l’immancabile consegna della medaglia d’oro a Tzia Peppina, la madre, ormai sola, che non aveva mai disperato di rivederli. La parata fu solenne, bandiere, alte uniformi, fanfara e roboanti discorsi patriotardi. Poi tzia Peppina fu chiamata a prendere la medaglia. Mia madre ricordava ancora lo straniamento della donna, che si aspettava quel giorni di riavere i figli o forse i loro corpi, ma non ebbe nulla, se non frasi a lei, solo sardofona, incomprensibili, e una medaglia per lei ancor più senza senso.
Moltiplicate quel dolore per i milioni di morti e feriti e capirete la portata di quella immane carneficina, l’enorme misfatto della guerra imperialistica. I soli a capirne il senso furono i comunisti, che, non a caso, trasformarono in Russia la guerra in Rivoluzione e poi furono i più attivi e conseguenti nella Resistenza, durante la seconda parte di quell’ininterrotto conflitto.

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