Che abbia ragione Marx sull’impoverimento crescente dei lavoratori?

2 Febbraio 2016
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Lucio Garofalo

Karl Marx aveva intuito e teorizzato la globalizzazione capitalista oltre un secolo e mezzo fa. Oggi gli stessi economisti borghesi si sono rassegnati di fronte all’evidenza oggettiva e drammatica di un sistema economico che genera solo diseguaglianze crescenti tra ricchi e poveri nella popolazione. Non si tratta di un’anomalia, ma di una tendenza intrinseca e connaturata al capitalismo. Che piaccia o meno, poco importa. La realtà dimostra il fallimento di un assetto economico che rischia di condurre l’umanità verso la rovina e la catastrofe. La razione di miseria imposta ai popoli in Europa (i PIGS) non basterà ad arrestare la caduta di rendimento (del saggio di profitto) del capitale finanziario, per cui serviranno altre manovre finanziarie che spingeranno verso una condizione crescente di insopportabilità dei sacrifici imposti ai lavoratori. Ormai il capitalismo non ha più nulla con cui tacitare la protesta sociale. Anzi, per sopravvivere è costretto ad estorcere ricchezze in dosi sempre maggiori. Quando il presidente Obama è costretto a raddoppiare i fondi dell’assistenza sociale per sovvenzionare, sottobanco, i supermercati dei distretti popolari statunitensi al fine di evitare drammatiche esplosioni sociali, quando in Europa si procede all’abolizione di ogni copertura di welfare e manco uno solo degli economisti borghesi è stato in grado di prospettare un modo per uscire dalla crisi, il processo di disfacimento totale del capitalismo ha una sua ragion d’essere: costituisce l’irrazionalità del capitalismo stesso rispetto alle ragioni dell’intera umanità. Oggi la miseria obbligatoria imposta dalla BCE al fine di garantire il pagamento degli interessi del debito pubblico (greco, italiano, portoghese, spagnolo) al capitale finanziario internazionale, può valere una ripresa solo temporanea dei titoli di tali Stati (i PIGS). Più del 90% di questi titoli sono incettati dalle banche straniere (americane, tedesche, francesi) che esigono i pagamenti, pena il default: sono le più grandi banche d’affari mondiali, cui la BCE e le banche italiane, portoghesi, spagnole ecc., sono consociate. Di ripresa effettiva nemmeno l’ombra, anzi prosegue la liquidazione sistematica dell’economia reale, della produzione industriale e manifatturiera e del piccolo commercio. La crisi abbatte chi non è abbastanza forte da resisterle: si contano già migliaia di piccoli esercizi commerciali chiusi con relativo numero di disoccupati. Questa ecatombe forza il mercato in direzione dei grandi gruppi della distribuzione, le grandi catene di supermercati dove i prezzi sono stabiliti nell’ambito dei commerci internazionali. Ci avviamo verso un commercio con connotazioni autocratiche sempre più marcate, rispetto a cui i consumatori non dispongono di alcun mezzo di influenza e contrattazione. Al momento i grandi centri commerciali mantengono i prezzi al di sotto di quelli del piccolo commercio, fa parte della strategia per liquidare quest’ultimo e la quantità di merci vendute assicura ai grandi gruppi margini più che soddisfacenti di profitto, poiché possono servirsi di lavoro precario a basso costo. Quando essi avranno imposto condizioni di monopolio, allora potranno esercitare tutta la loro forza per spremere i consumatori. Il piccolo commercio è una delle attività basilari della piccola borghesia urbana, le cui attuali condizioni di reddito non sono dissimili da quelle del proletariato. Ma la sua sopravvivenza dipende dall’evasione fiscale sistematica, da essa concepita come lotta di sopravvivenza nei confronti dello Stato e della concorrenza. L’odierna piccola borghesia urbana è solo un rimasuglio di ciò che era quando il fascismo la mobilitò contro il movimento operaio. Crollata l’illusione berlusconiana in cui essa si riconosceva, la piccola borghesia urbana si trova sul baratro della scomparsa come ceto sociale. Il capitale finanziario la sta sacrificando per acquisire il potere di monopolizzare i commerci ed utilizzarlo come forma di controllo e pressione sociale. È noto che i capitali dei grandi gruppi commerciali sono consociazioni internazionali gestite dalle banche d’affari. È altresì evidente che per gli ultimi residui della piccola borghesia le prospettive future sono uno status di proletarizzazione, disoccupazione, precarietà. Per cui occorre fare attenzione, poiché è proprio dagli ambienti della piccola borghesia urbana che riemerge il pericolo del razzismo contro gli extracomunitari, dell’antisemitismo di ritorno, con implicazioni ideologico-politiche reazionarie che tali fenomeni comportano.

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Cito testualmente un breve estratto di Karl Marx, che sembra scritto oggi, fresco di stampa: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato - dispotico, costituzionale o repubblicano che sia - imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è… il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale.”. È un brano tratto da Il Capitale, Libro I, Capitolo 24, dedicato alla “cosiddetta accumulazione originaria”. Il breve estratto, citato testualmente, si trova nel Paragrafo 6 del suddetto capitolo, paragrafo intitolato “Genesi del capitalista industriale”. Per chi volesse leggere interamente il capitolo 24, aggiungo opportunamente un link: http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_24.htm. Si tratta di un’analisi semplicemente geniale per come riesce ad intuire ed anticipare i tempi, spiegando la complessità meglio di sedicenti o presunti esperti contemporanei.

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