Paolo Maninchedda lascia la nave affondata il 4 dicembre. Dove andrà?

30 Maggio 2017
2 Commenti


.Andrea Pubusa

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Paolo Maninchedda l’ho visto all’opera da vicino quando abbiamo capeggiato, con Tonino Dessì e tanti altri, la battaglia referendaria contro la legge Statutaria di Soru. Vi assicuro che è un fulmine di guerra. E’ da oltre mezzo secolo che faccio politica, sopratutto di movimento, personaggi ne ho conosciuto tanti. Paolo è certamente uno di quelli che mi ha colpito di più per determinazione e capacità organizzativa. Manca però di strategia e di pazienza. E questo in politica è grave. Non se ne capisce il disegno. E’ più tattico che strategico. Dopo la Statutaria le nostre strade si sono divise, lui se ne e’ andato in un improbabile Partito sardo (con Giacomo Sanna!) per avere subito un simbolo elettorale, poi ha corso l’avventura con Cappellacci. Poi si è inventato un Partito dei sardi ed ora chissà dove andrà. Se uno volesse anche far qualcosa con lui, dovrebbe esser pronto a qualunque sorpresa, a ogni giro di valzer. Manca di quello che hanno i politici di razza un’idea guida stabile, da affermare con pazienza.
E’ un peccato, perché nel panorama politico sardo ce ne sono pochi con le sue capacità organizzative e della sua intelligenza e cultura.
Cosa poteva aspettarsi dalla Giunta Pigliaru? E dopo aver fatto la lotta contro la Statutaria, come poteva lucrare qualche seggio con una legge elettorale truffaldina? Abbiamo sventato il furto di democrazia perpetrato da Soru con la legge Statutaria e lui ha partecipato ad una rapina elettorale a mano armata con l’attuale legge elettorale regionale. E poi, come può stare in giunta con Pigliaru, un sostenitore - come Paolo ama autodefinirsi - di una ghandiana rivoluzione indipendentista dei sardi? Pigliaru, ahinoi!, non solo è “servo” di Roma, ne è parte interna, è romano lui stesso contro l’autonomnia dei sardi. Altro che indipendenza! Lo si è visto con lo scasso costituzionale di Renzi, in cui il prof. di economia-presidente ha addirittura sposato un testo che annullava il regionalismo italiano e soffocava lo Statuto. Paolo avrebbe dovuto fare almeno come ha fatto il suo compagno di rapina elettorale Muledda: uscire dalla giunta al referendum.
Lo fa ora, quando la nave di Pigliaru è stata affondata il  4 dicembre e va alla deriva (a quando le dimissioni?). Lascia con la lettera che pubblichiamo in calce. Nel papiro avanza ragioni personali perché non ne può accampare di politiche, dopo tutti i cedimenti strategici. Dice di essere stanco, ma non è da lui la stanchezza. Rivendica i suoi risultati personali in una giunta triste e ferma. E ha qualche ragione. Non va via per lucrare una indennità maggiore e più stabile come qualche altro suo collega di Giunta. Dice di tornare all’Università, ma non è da lui star fermo. Si prepara ad un’altra avventura. Ma quale?
Dico tutto questo con franchezza verso una persona che stimo sul piano personale, e lo dico con sofferenza perché immagino cosa avrebbe potuto fare se avesse avuto coerenza e se avesse fatto della battaglia contro la Statutaria di Soru il primo passo per creare un’alternativa a questo sistema marcio, triste e senza prospettiva. Comunque, statene certi, fra non molto, Paolo sarà di nuovo in campo, chissà con quale diavoleria!

Ecco la lettera di Maninchedda a Pigliaru

Carissimo presidente,

ti prego di voler prendere formalmente atto di questa mia lettera, con la quale mi dimetto dalla carica di Assessore ai Lavori Pubblici. Le mie dimissioni hanno radici personali: sono molto stanco. Le leggi e l’attività tipica dell’ufficio non consentono periodi di riposo per gli assessori. Ti ringrazio moltissimo per la fiducia che hai riposto in me e non ho niente da rimproverarti. Non riesco però a liberarmi anche da un senso di solitudine molto profonda, inestinguibile.
È vero che io ho tirato fuori Abbanoa dal tribunale fallimentare, ma Abbanoa non riguarda solo me come Assessore. Invece è iniziato una sorta di tiro al piccione personalizzante, un clima di mistificazioni che celano solo un grande desiderio di ritorno al passato, a quel passato che aveva creato la drammatica situazione che abbiamo affrontato nel 2014. Se si vuole tornare indietro lo si può fare, ma credo che lo si debba fare senza di me. Io porterò al PM Giangiacomo Pilia che mi interrogò appena nominato Assessore i cd con il risultato dei miei anni di lavoro. Da quel giorno in poi saranno altri ad assumersi altre e nuove responsabilità. È vero che i primi cantieri nelle aree alluvionate li ho aperti e conclusi io con i dirigenti del mio Assessorato. Ma ora sembra che la salvaguardia di Olbia riguardi solo me: i ministeri si prendono tutto il tempo che vogliono, l’Anac pure; altre amministrazioni locali o si contrappongono o non riescono a svolgere i loro compiti e solo una ha dimostrato di avere le competenze e la determinazione giuste. Il rischio idrogeologico o è fronteggiato in modo corale o è una frontiera insostenibile per un solo assessorato e invece abbiamo faticato anche ad avere il personale necessario (che infatti attualmente è insufficiente).
È vero che abbiamo sbloccato tanti cantieri sulle strade sarde, ma è anche vero che la grande questione Anas è lì che incombe sul nostro futuro. Io non accetto che 2 miliardi di euro della Sardegna siano gestiti a Roma da un elefante burocratico tutt’altro che efficiente. Non accetto che nessuno, dico nessuno, si sia mai chiesto perché gran parte dei lotti della Sassari Olbia siano stati assegnati a imprese che versavano in condizioni disperate. Ed è accettabile che adesso queste stesse imprese che hanno fatto le offerte per vincere gli appalti le vendano ad altri a condizioni sulla cui sostenibilità è sempre legittimo nutrire qualche dubbio? Eppure, nonostante tutte le proteste, tutto prosegue come se niente fosse, con una forte cortina di protezione governativa sull’Anas e nessuno schieramento collettivo sulle posizioni da me rappresentate.
È vero che ho lavorato tanto a mettere ordine in Area, ma è anche vero che, non essendo stupido, so perfettamente di non godere del consenso politico per smontare l’antica e mai sopita articolazione dell’azienda abitativa della Sardegna in sultanati indipendenti coincidenti con i vecchi Iacp. Ho fatto una fatica immensa per fare le prime ristrutturazioni a Sant’Elia e per farne partire delle altre, ma sono drammaticamente solo, immerso in un oceano di burocrazia, di immobilismi standardizzati, di abitudini inveterate. Voglio anche aggiungere alcune ragioni psicologiche e culturali. Mi sento particolarmente isolato, all’interno della Giunta, nel percepire come straordinariamente dannosa per la Sardegna la crisi dello Stato italiano. È uno Stato disordinato, violento, immobile, con strutture istituzionali anacronistiche dotate di poteri esorbitanti e interdittivi, che non riesce a produrre ricchezza, che minaccia continuamente le libertà individuali, che ha rinunciato ad investire in educazione, in conoscenza e in solidarietà. È vero che Giunta e maggioranza, trascinati dal Partito dei Sardi, hanno iniziato a muoversi su terreni nuovi attraverso la legge per l’Agenzia Sarda delle Entrate e i rapporti internazionali (con la Corsica e le Baleari, con l’UE, con la Cina…) ma la gravità delle conseguenze di questa crisi strutturale della Repubblica italiana non è entrata a pieno nell’ordine del giorno e nella coscienza della Giunta, lasciandomi una sensazione di solitudine nel percepire l’urgenza di cambiamenti epocali per noi Sardi.
Sai bene, perché l’ho ripetuto diverse volte, che sogno e lavoro per una rivoluzione pacifica che ponga la questione sarda sotto il titolo di una questione di Stato, di libertà, di autogoverno. La questione sarda è la questione dello Stato Sardo. Una sola cosa rende credibili questi ideali: il sacrificio. Ho patito profondamente, senza darlo a vedere, la faciloneria con cui in diversi ambienti politici, non solo dei partiti ma anche della Giunta, si è sostenuto che in fin dei conti ero pronto a accettare più o meno tutto da parte dei partiti e dello Stato italiano pur di mantenere il mio ruolo. Così, mentre lavoravo con dedizione per dimostrare che i Sardi possono governarsi meglio se si assumono integralmente la responsabilità del loro autogoverno, vi era chi mi rappresentava come un uomo di potere per il potere. Questa campagna per me calunniosa è stata ed è insopportabile. Mi spoglio di tutti gli incarichi e le responsabilità istituzionali.
Da domani riprendo servizio nell’Università, leggo, studio, scrivo e faccio conferenze. Lo faccio a freddo, senza preparare alcunché. Sono certo che questo non determinerà alcun problema al prosieguo del tuo governo: il Partito dei Sardi è un Partito dalle spalle forti e con un altissimo senso di responsabilità e penso non ti farà mancare il sostegno per rilanciare la sfida e mantenere l’impegno preso con gli elettori. Ma il partito di cui mi onoro di far parte è un partito di passioni, ricordatelo. Serve un cuore per parlare con loro, serve una bandiera non solo una tabella excell. Parlaci e sicuramente troverai il modo migliore per sostituirmi. Io starò lontano mille miglia dal negoziato. Noi abbiamo teorizzato l’indipendentismo di governo perché sosteniamo che dimostrare di saper fare educhi a far bene e a sapersi autogovernare. Ma abbiamo bisogno che simbolicamente il nostro desiderio di libertà e di autogoverno siano simbolicamente rappresentati. Pensaci. È solo una scelta personale: voglio riprendere a vivere con ritmi umani e ad insegnare perché l’educazione è la base di qualsiasi rivoluzione e io voglio fare una rivoluzione non violenta, pacifica, serena, ma la voglio fare.
So di darti un dispiacere, ma la decisione è presa. Ti prego di prenderti cura di alcune cose in itinere che meritano la tua attenzione. Difendi la Sardegna dall’Anas. Entro luglio deve essere aperto il lotto 9 della Sassari-Olbia e il Lotto 3 della SS 195. Porta in Aula la legge per l’Anas sarda e falla votare: senza di me ti sarà più facile. Magari riesci anche a far approvare la legge sugli appalti che invece, presentata da me, si copre di muffa in Commissione senza che alcuno se ne occupi. Siamo ad un passo dal garantire alla Regione il possesso delle centrali Tirso 1 e Tirso 2. Non mollare la presa. A fine mese usciranno i primi bandi di progettazione per le piste ciclabili: ti prego di non abbandonare questo grande piano che abbiamo costruito insieme. I tecnici dell’assessorato stanno ultimando le istruttorie sulla misura 5.1.1. del Por dedicata ai canali tombati. È il primo intervento sulla maggiore situazione di pericolo dei nostri paesi: concludi la procedura. È pronto il piano dei Porti: alcuni hanno bisogno di interventi urgenti. È pronto il piano di 100 milioni di euro di manutenzione delle nostre dighe. Adottalo.
Area ha predisposto un piano straordinario di manutenzione della case popolari, a comiciare da Sant’Elia. Ci ho lavorato tanto. Avrei voluto vedere tutte le palazzine popolari circondate dai ponteggi. Lo farai tu. Nei prossimi giorni Abbanoa presenterà i bandi per il triennio 2017-2020 per un ammontare di circa 300 milioni: aiutali, non lasciarli soli.
Certo della tua comprensione, ti saluto fraternamente Paolo Maninchedda

2 commenti

  • 1 Oggi martedì 30 maggio 2017 | Aladin Pensiero
    30 Maggio 2017 - 07:49

    […] Paolo Maninchedda lascia la nave affondata il 4 dicembre. Dove andrà? 30 Maggio 2017 Andrea Pubusa su Democraziaoggi. Paolo Maninchedda l’ho visto all’opera da vicino quando abbiamo capeggiato, con Tonino Dessì […]

  • 2 Michele Podda
    30 Maggio 2017 - 11:33

    Caro Direttore, se Maninchedda:
    - Si distingue per i suoi tatticismi;
    - Ha corso avventure le più disparate;
    - Non se ne capisce il disegno;
    - Ha inventato il Partito dei Sardi ma non si sa dove andrà ora;
    - Ama “changer la femme”;
    - È piuttosto instabile quanto a un’idea guida;
    - È contraddittorio nei confronti dello stato italiano come indipendentista/ma col “servo” di Roma;
    - Non ha avuto il coraggio di uscire un po’ prima da questa Giunta;
    - Parla di Università ma ha in mente un’altra avventura;
    - Non ha voluto collaborare ad un’alternativa all’attuale sistema oltremodo marcio;
    - Possiede capacità organizzative, INTELLIGENZA e cultura
    ma anche aggiungo
    - Non eccelle per senso di umiltà;
    - Eccelle per un forte senso dell’ EGO (come tanti purtroppo)
    chissà dove sarebbe arrivato se fosse nato e vissuto in Toscana!
    Nella lettera di dimissioni ha elencato i risultati raggiunti (fra gli altri il GRANDE PIANO DELLE PISTE CICLABILI!) e le difficoltà. Ma meglio sarebbe stato se prima di dimettersi avesse cercato con maggiore determinazione opportune alleanze nella lotta contro malgoverno e mala burocrazia, denunciando i traditori.
    Anch’io sono stato deluso da questo politico che, approdato come tanti al “refugium” sardista, ha come altri saltellato senza individuare una linea precisa in cui credere e per cui battersi.
    In questo caso e con questa Giunta si potrebbe dire che aveva le mani piuttosto libere e “in chedda”, diciamo in pasta, abbastanza per poter dare un forte segnale di novità che, nonostante l’innegabile impegno, non c’è stato.
    Battagliare contro la burocrazia asfissiante è poca cosa che tutti fanno in quanto costretti, mentre una diversa impostazione dello sviluppo economico nella direzione della valorizzazione delle risorse locali e dei nostri territori, non mi è parso di di vederla. Portare avanti opere pubbliche a suon di carte bollate, incontri con i pugni sul tavolo, sofisticati conteggi o ragionamenti di tipo fiscale, contabile o finanziario, non credo sia la massima aspirazione per un politico, il quale deve delegare a tecnici esperti tali incombenze, comunque ben seguiti e controllati. Credo che il politico debba principalmente PROGRAMMARE, COINVOLGERE LE MEDIE E PICCOLE IMPRESE E I TERRITORI, FAVORIRE UNO SVILUPPO BASATO SULLE RISORSE LOCALI, COME AGROPASTORIZIA, data l’immensità dei nostri territori e il clima favorevole di cui disponiamo, a fronte di una popolazione in continua diminuzione. Insomma tutto come prima, niente di nuovo.

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