La politica regionale allo specchio dopo le dimissioni dell’Assessore Maninchedda

1 Giugno 2017
1 Commento


Tonino Dessì

(Maninchedda vuol tornare ai libri: sarà vero?)

Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio e non da poco tempo (http://www.democraziaoggi.it/?p=3357#more-3357),
non mi associo alle discussioni personalizzate sulle dimissioni di Paolo Maninchedda.
Si è arrivati a ironizzare persino sulla sua evocazione della stanchezza, anche in modo un po’ volgare, quasi che davvero fare l’assessore regionale sia, se non una sinecura, un qualsiasi lavoro o un lavoro leggero e non, per chi lo faccia con coscienza, una pesante incombenza, tanto assorbente da levare durevolmente il sonno.
Il fatto che si propali con faciloneria demagogica un’idea del genere dà anche la ragione per la quale non pochi, che aspirano a certi incarichi, politici o di alta dirigenza, poi, quando per sorte vi arrivano, si rivelano degli autentici incapaci. Di Paolo Maninchedda almeno questo non si può dire.
Credo piuttosto che tanta spietatezza collettiva dei nostri ambienti, specie di sinistra, ma non solo, sulla vicenda individuale del fondatore del Partito dei Sardi rappresenti un esorcismo per ritrarsi da considerazioni più oneste sulle condizioni generali della politica sarda e dei suoi addentellati, in particolare da parte del ceto di formazione politico-intellettuale che vi ruota intorno, del quale fanno parte anche certi suoi appartenenti che parrebbero collocarsi fra i pretendenti ad avvicendamenti invocati come più o meno palingenetici o almeno epocali.
In fondo, Paolo Maninchedda, godendo dell’invidiabile libertà che gli deriva dalla sua provenienza dal pragmatico mondo del cattolicesimo politico, ha, sia pure non senza disinvoltura, dopo l’approdo alla sua peculiare forma di “sardismo”, praticato l’alleanza con i diversi schieramenti avvicendatisi al governo della Regione (centro-sinistra soriano, centro-destra sardista à là Cappellacci, centro-sinistra “sovranista”), che rientra nella tradizione storica e nella stessa autonomia di manovra rivendicate e praticate da altri soggetti politici sardi e, non meno, da personalità e persone di similari ancorché variegate osservanze.
Si potrà dire che (anche) stavolta il meccanismo tattico sembra troppo scoperto.
Fiutata un’aria non proprio fausta per l’esperienza di governo in carica, una tempestiva presa di distanza non può che apparire strumentale al rifacimento temporaneo di una qualche verginità.
Peggio pure se finisse per consumarsi un autentico teatrino: Pigliaru che respinge e invita al ritiro delle dimissioni, Maninchedda che accetta condizionatamente o che viceversa si colloca come Cincinnato in attesa di esser chiamato in altro momento a salvare l’Urbe in pericolo con mandato pieno. Da ridere, allora, senza ritegno.
Che poi, se fosse pure questo il copione, avverto già ora un limite tanto inconfessato quanto prosaicamente concreto. Un’eventuale proposta di Maninchedda di fuoriuscita dalla maggioranza della formazione politica di cui è l’unico leader visibile, per esempio, credo che sortirebbe lo stesso effetto dell’uscita dichiarata dal piccolo raggruppamento PRC-PCDI o dal partito dei Rossomori, o dell’allontanamento dal PD dei resti di SEL poi confluita in SI: la perdita istantanea in toto, o in parte consistente, della rappresentanza attuale in Consiglio regionale.
Il fatto mi pare possa comunque compendiarsi nella presa d’atto (Maninchedda non è cieco) del nuovo fallimento del centrosinistra sardo (non meno pesante, nella percezione diffusa, del disastroso naufragio della legislatura a guida Soru), ma anche dell’ombra lunga che questo fallimento stavolta getta su un’area politica, quella “sovranista” e in parte anche indipendentista (non scordiamoci il Gavino Sale il cui unico voto significativo fu a favore dell’operazione sanitaria qatariota a Olbia).
È certamente arrivato al capolinea quel concetto di sovranismo apocrifamente innestato nella politica sarda. Apocrifamente  perché da tempo quel concetto è impugnato in Europa (e in USA) contro ogni internazionalismo e sovranazionalismo progressista e cooperativo. Apocrifamente perché ambiguamente collocato qui da noi in un punto geometrico indefinito tra autonomismo, federalismo, indipendentismo, concetto quest’ultimo tuttavia al quale ha finito per occhieggiare opportunisticamente pur nell’acme di un’esperienza di governo la più subalterna forse che l’autonomia regionale ricordi.
A poco, credo, servirebbe far finta che questa vicenda non abbia effetti anche sul potenziale di credibilità dell’area indipendentistta “pura”, che sembra nuovamente accalcarsi - con non pochi distinguo e protagonismi interni - alla vigilia di nuove elezioni regionali (la cui anticipazione viene spesso in questa legislatura ventilata come la classica carota davanti al somaro).
Giorni fa, discutendo con uno dei miei più acuti e preparati colleghi sui temi della modifica della legge elettorale regionale, mi son sentito dire fuori dai denti: “Va bene, quella vigente è pessima, ma se ci rifletti, nonostante (ma forse anche per) questo, ha portato in Consiglio, sia pure in modo distorto, rappresentanze di tutte le aree politico-culturali contemporanee presenti in Sardegna, dall’estrema destra alla sinistra più radicale, passando per sardisti, sovranisti e indipendentisti. Possiamo pensare realisticamente che una sia pur auspicabile riconduzione a criteri di rispettoso e razionale proporzionalismo, nella sostanza cambierà qualcosa con le prossime elezioni?”.
Non saprei rispondere, a parte le ovvie obiezioni di natura costituzionale e democratica.
Certo quello che non vedo, a parte fin troppo ripetitive e sempre più ridondanti analisi, condite da fin troppo riciclate ricette programmatiche, è proprio l’incarnazione possibile di una rottura culturale ed etica, prima ancora che politica.
Cosa ci si va a fare, nell’agognato Palazzo d’Inverno, o stanza dei bottoni o novella reggia nuragica?
Che cosa concretamente è al centro di un’alternativa?
Cosa garantisce che non si ripeteranno parabole come quelle di Soru, di Pigliaru, di Maninchedda, di Sale, per tacer d’altri, prima ancora o contemporanei, magari di sinistra anche “radicale”, tutti inesorabilmente fagocitati dal sistema?
Ho cercato talvolta di prospettare un punto di vista e qualche percorso su questo terreno. Non ci tornerò oggi. Anche perché mi pare sempre di parlare ai sordi.
E così, come molti, mi aggiro tra il rassegnato distacco e l’idea che, in fondo, se una ventata improvvisa sconvolgesse questa palude e la sua fauna anfibia, portando alla rappresentanza e al governo della Regione cittadini qualsiasi, non gravati tuttavia dalle scorie accumulate dalla politica contemporanea tutta e purché provenienti del tutto dal di fuori di tutto quello che ruota intorno ad essa, forse sarebbe salutare, nel bene e persino nel male.
Forse, naturalmente.

1 commento

  • 1 Oggi giovedì 1° giugno 2017 | Aladin Pensiero
    1 Giugno 2017 - 08:09

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