Landini: «Nuovi voucher peggio dei vecchi, con la Cgil chi dice No»

17 Giugno 2017
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Intervista. Il segretario Fiom: in piazza oggi per la Carta universale dei diritti dei lavoratori

 

 

IL MANIFESTO -

Maurizio Landini, a meno di 48 ore dalla manifestazione della Cgil a piazza San Giovanni di sabato mattina contro «lo schiaffo alla democrazia» sui referendum, il Senato ha approvato in via definitiva la manovrina e con essa i nuovi voucher.

È una ragione in più per essere in piazza. E per confermare che il governo non ha l’appoggio dei cittadini. È una nuova pagina di un comportamento arrogante, lo stesso tenuto ai tempi del Jobs act: in entrambi i casi il governo ha fatto approvare leggi sul lavoro senza averle nemmeno discusse con i sindacati, riducendo ancora una volta i diritti delle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare. I nuovi voucher paradossalmente sono anche peggio di quelli di prima: li estendono alle imprese fino a 5 dipendenti e danno la possibilità di cancellarli entro tre giorni se non ci sono controlli.

Il governo sostiene di aver creato un nuovo strumento, diverso dai voucher e dunque di aver rispettato il referendum promosso dalla Cgil e cancellato dal decreto di aprile. Il ministro Finocchiaro e il Pd, che presentò a sorpresa l’emendamento il 27 maggio, hanno dichiarato che la nuova normativa instaura un vero e proprio contratto.

È una sciocchezza, se uno lo dice perché non conosce cos’è un contratto di lavoro. È una nuova presa in giro se la dichiarazione viene da chi nel Jobs act ha chiamato «contratto a tutele crescenti» una cosa che ha tolto l’articolo 18 precarizzando semplicemente il contratto a tempo indeterminato per i nuovi assunti. I nuovi voucher sono l’ennesima forma di precarizzazione che non regola assolutamente il lavoro accessorio ma torna a dare alle imprese la possibilità di sfruttare i lavoratori senza diritti e tutele. Insomma, è l’impresa che diventa occasionale: ha di nuovo l’occasione di non pagare ferie, malattia, maternità e quant’altro. In più continua a non tutelare questi lavoratori, molto spesso giovani, ai fini pensionistici, producendo un’altra ferita alla previdenza pubblica, già malandata.

Come Cgil avete già annunciato il ricorso alla Corte costituzionale per il mancato rispetto dei referendum. I tempi saranno lunghi: non rischiate di perdere quell’attenzione che avevate riconquistato con la mobilitazione nei luoghi di lavoro e i milioni di firme raccolte?

La nostra manifestazione non vuole solo denunciare quello che è successo sui voucher. Oltre alla protesta al centro vogliamo mettere le nostre proposte e quindi la Carta universale dei diritti dei lavoratori per riscrivere le leggi cancellate dai governi di centrosinistra, per chiedere nuove tutele e diritti per i lavoratori, in special modo giovani, per proporre una legge sulla rappresentanza e in ultimo per cambiare la riforma Monti-Fornero sulle pensioni considerando una follia essere diventati il Paese con l’età di pensionamento più avanzata e l’occupazione e i salari più bassi. Come Cgil chiediamo un cambio radicale delle politiche sul lavoro.

Il quadro politico è in grande mutamento ma a sinistra il discrimine è sempre quello: il giudizio sul Jobs act. Chi lo difende – Renzi e quasi tutto il Pd – dice di non potersi alleare con chi lo critica.

Gli sforzi propagandistici per difendere il Jobs act sono inutili. I dati sono sotto gli occhi di tutti: l’occupazione aumenta solo fra gli over 55 e lo fa grazie alla riforma delle pensioni Fornero che fa rimanere al lavoro fino a 67 anni e più. Per il resto i posti creati – specie per i giovani – sono precari e a part time involontario. Sarebbe utile riflettere su che cosa sia stato realmente il Jobs act per cambiarlo totalmente: incentivi a pioggia alle imprese, circa 20 miliardi di finanziamenti pubblici provenienti dalla fiscalità generale. Ciò significa che un trasferimento di ricchezza alle imprese ha prodotto solo ulteriore precarizzazione. Lo dicono anche le ultime statistiche: solo il 10-15 per cento di questi soldi sono stati spesi dalle imprese per innovazione di prodotti e processi. Nel frattempo gli investimenti pubblici sono crollati.

Alla vostra manifestazione hanno già annunciato la loro presenza parlamentari della minoranza Pd e altri che si richiamano a Campo progressista di Pisapia che hanno votato a favore della manovra e dei voucher e quelli di Mdp che sono usciti dall’aula. Come li accoglierete a piazza San Giovanni?

Tutti coloro, persone comuni o politici, che vengono a sostenere le nostre posizioni in piazza, sono i benvenuti. Allo stesso tempo penso che sia utile che ci sia maggior coerenza: quando si dice di No bisogna votare No. Lo dico perché c’è la necessità di far recuperare credibilità alla politica: in Italia come in Francia alle ultime elezioni è ancora calata l’affluenza. E io ci vedo dietro proprio la poca credibilità della politica. Quelli che per vivere devono lavorare sono ancora la maggioranza degli elettori ma non votano perché non si sentono rappresentati.

Appena un giorno dopo la vostra manifestazione a Roma Tomaso Montanari e Anna Falcone hanno lanciato un incontro al teatro Brancaccio per creare una «Sinistra Unita». Il primo luglio Giuliano Pisapia con Campo Progressista e Mpd si troveranno a piazza Santi Apostoli sotto slogan «Insieme» per far rivivere il centrosinistra stile Ulivo di Prodi. Lei parteciperà? Come li giudica?

A parte sabato mattina, da oggi a domenica sarò alla festa nazionale della Fiom a Firenze dove parleremo di lavoro e diritti. Credo che a livello politico il problema non siano le formule o gli assembramenti o i nomi dei possibili leader, ma i contenuti. Il tema che vedo è quello di rilanciare la partecipazione e per farlo servono contenuti concreti che indichino un significato preciso. Il punto non è come unire la sinistra, c’è un’urgenza più ampia: riunire il mondo del lavoro per cambiare le politiche andando al governo.

Per lei dunque mi pare di capire che l’urgenza è quella di recuperare chi non vota più. Ma come tenere assieme questo obiettivo con quello di andare al governo?

Per vincere le elezioni bisogna prendere più voti degli altri. Ma l’unico modo per farlo è dare rappresentanza a chi non ce l’ha o non ce l’ha più. E si tratta delle persone più deboli. Per farlo serve proporre politiche di cambiamento radicale a partire dal mondo del lavoro fino all’Europa, ad esempio cancellando pareggio di bilancio, Fiscal compact e austerità. Solo dando un nuovo senso alla politica si possono restituire le persone alla democrazia e a una rappresentanza diretta e non delegata a nessuno.

 

 

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