La crisi della sinistra in Italia: come superarla?

20 Giugno 2017
3 Commenti


Gianfranco Sabattini

Proseguiamo il dibattito sulla crisi della sinistra in Italia con questo articolo di Gianfranco Sabattini.

Una sezione del n. 2/2017 di “Micromega” è dedicata al problema della crisi della sinistra in tutto l’Occidente; sulle cause e ipotesi per superarla si interroga la sezione, costituita da un testo di apertura del direttore Paolo Flores D’Arcais e da due articoli di Massimo Bray e Tommaso Montanari, in risposta alle sollecitazioni del direttore, formulate in forma di tesi, che riassumono le sue posizioni e quelle della rivista sul problema della crisi della democrazia e di quella dell’intera sinistra, soprattutto in Italia.
La tesi di fondo di Paolo Flores D’Arcais è, per chi legge Micromega, nota da tempo; ai fini della comprensione di ogni sollecitazione a rispondere, conviene riassumerla brevemente. Tutto l’Occidente è in rivolta contro i vecchi apparati dei partiti tradizionali, per via delle profonde disuguaglianze nate e radicatesi a seguito dell’espandersi del processo di mondializzazione delle economie nazionali. Pur esprimendosi in forme diverse, la rivolta, priva di una rappresentanza politica, tende ad aderire a proposte spontanee nelle quali si intrecciano istanze, sia di sinistra che di destra, dando origine ad una crisi delle istituzioni democratiche, per via del fatto che esse non possono operare sulla base del confronto di programmi politici alternativi.
In Italia, la crisi della democrazia ha però, a parere di D’Arcais, “radici più specifiche”; essa, infatti, deriva non solo dall’allargamento e approfondimento delle disuguaglianze distributive o dall’esproprio di sovranità del Paese da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, ma anche dalla “deriva partitocratrica”, verificatasi soprattutto nell’ultimo quarto di secolo e caratterizzata da diffusione della corruzione, evasione fiscale, disoccupazione, abbassamento del livello di welfare ed altro ancora. Oggi in Italia, la rivolta trova “possibilità di rappresentanza” presso il “Movimento 5 Stelle”, in quanto gli altri partiti, presunti di sinistra, sono giudicati parte integrante dell’establishment; questi, infatti, secondo il direttore di Micromega, costituiscono una parte del problema della crisi della democrazia e, per questo motivo, sono inservibili ai fini della sua soluzione.
Tuttavia, malgrado il successo, il Movimento 5 Stelle è “carico di ambiguità e di contraddizioni”, che però non gli fanno perdere consensi; la spiegazione, secondo Flores D’Arcais, deve essere rinvenuta nel fatto che in Italia “non esiste una sinistra anti-establishment, e perché le destre eversive di stampo lepenista […] non hanno potuto dilagare nelle masse criticamente più sprovvedute proprio grazie alla presenza del M5S”. Ciononostante, “sic stantibus rebus”, se la partitocrazia non troverà l’accordo per una legge elettorale utile a sbarrargli la strada, nelle prossime tornate elettorali, malgrado le sue ambiguità e contraddizioni, il Movimento di Grillo ha buone possibilità di successo, per la mancanza di valide alternative di sinistra; ciò per via del fatto che una sinistra non c’è, sebbene abbia perso più di un’occasione per nascere. Tutte le occasioni, però, sono state “colpevolmente” mancate.
Pertanto, oggi, afferma – Flores D’Arcais – “l’unico voto di critica all’establishmente” resta ancora il movimento pentastellato; ma se la sinistra ufficialmente non esiste, sebbene esista trasversalmente in modo sommerso e diffuso nella società, essa è destinata a conservarsi solo nello status di “un volgo disperso che nome non ha”. D’Arcais si chiede come questa sinistra latente possa rendersi visibile; per emergere ed organizzarsi, a suo parere, dovrà essere libera da “vizi ideologici e tic antropologici che ne hanno propiziato” l’irrilevanza” e dovrà assumere l’”uguaglianza sociale” come “stella polare” nel programmare la sua futura azione, congiuntamente a ciò su cui il “M5S” ha fondato gran parte del suo successo, ovvero l’esercizio dell’”attività politica non come professione, ma come servizio civile, e le funzioni di rappresentanza e governo, locali e nazionali, circoscritte nel tempo, senza possibilità di lucro e carriera”.
Alle sollecitazioni di D’Arcais, risulta particolarmente consona la risposta che Tomaso Montanari formula nell’articolo “Quale sinistra? (Lasciate che i morti seppelliscano i morti)”; egli, da storico dell’arte, non è un politologo di professione, ma forse proprio per questo, formula delle osservazioni riguardo al “tipo” di sinistra che potrebbe rinascere assai rispondenti al disagio avvertito dai molti italiani che hanno determinato la loro disaffezione dai tradizionali partiti della sinistra. Secondo Montanari, non vale la pena tentare di ricuperare dalla loro agonia i vecchi partiti della sinistra, in quanto chi vuole riproporre la sinistra “non deve curarsi delle rovine istituzionali, ideali e umane dell’apparato della sinistra”, così come è stata conosciuta.
Essa, la sinistra sommersa e dispersa, se vuole riemergere, deve andare per un’altra strada, consapevole che “il distruttivo missile Renzi è decollato solo grazie ad una rampa di lancio allestita dal tradimento della sinistra italiana almeno fin dagli anni Novanta”; ma anche consapevole che l’“abbattimento” di quel missile non deve giustificare la presunzione che l’azione interrotta dei vecchi partiti della sinistra possa essere ripresa dopo una loro pura e semplice acritica autoassoluzione. Tra l’altro, osserva Montanari, pur in presenza di una loro crisi generalizzata, da ciò che resta dei vecchi partiti della sinistra non sta emergendo alcun autoesame critico; né sta emergendo dal tanto sbandierato “progetto Pisapia”, secondo il quale, per rivitalizzare la sinistra sommersa e dispersa, si dovrebbe solo impedire che al governo del Paese giunga la destra. La nuova sinistra, però, non può essere animata soltanto da una “vocazione maggioritaria”; ciò perché, assumere questa vocazione come “bussola”, senza un esame critico di ciò che ha portato alla crisi i vecchi partiti della sinistra, con il loro allineamento alla logica della “Terza via” di Anthony Giddens e Tony Blair, significherebbe posizionare la potenziale nuova sinistra come corrente esterna all’attuale sinistra di governo.
Una simile rivitalizzazione delle forze di sinistra, secondo Montanari, non avrebbe alcun senso; si lasci dunque – egli sostiene - “che i morti seppelliscano i loro morti” e si provi a concentrare la riflessione su ciò che ancora “è vivo nella democrazia e nella sinistra italiana del 2017”, partendo dal “picco di vitalità politica“, manifestatasi nel dicembre del 2016, per individuare le vere ragioni della bocciatura della riforma costituzionale proposta dal governo in carica. Anche se queste ragioni sono state ricondotte alla disapprovazione popolare del principio del governo-costituente, il risultato sul piano politico non poteva che essere negativo, considerato che il Paese che lo ha espresso accusa il 28,7% della popolazione a rischio di povertà, il 48,9% non in grado di fare una settimana di ferie all’anno e una disoccupazione giovanile prossima al 40%. Il risultato politico del referendum costituzionale, sul piano politico è valso dunque a denunciare che la disuguaglianza che “sfigura” la società italiana non è un dato di natura, come le forze di destra vorrebbero far credere, ma il risultato di una politica fallimentare.
La nuova sinistra deve assumere come suo compito prioritario – afferma Montanari – l’elaborazione “di una critica capillare del presente”, per capire le ragioni reali del fallimento dei vecchi partiti della sinistra, al fine di realizzare un effettivo cambiamento dello stato attuale delle cose, attraverso una ricostruita, per via culturale, sovranità del cittadino. Negli ultimi decenni tutti i discorsi sulla creazione di un movimento di dissenso di sinistra si è invece “impantanato nella retorica del principio di realtà”, nel convincimento che per raggiungere i propri obiettivi un tale movimento avrebbe dovuto limitarsi a “conquistare i voti” di chi non era di sinistra; cosi pensando è stato possibile spianare la strada ad una sinistra a vocazione maggioritaria, il cui risultato è stato che la sinistra andata al governo “non ha cambiato lo stato delle cose, ha solo cambiato se stessa”.
Occorre quindi prendere coscienza che la crisi dei partiti tradizionali della sinistra “non è una crisi di governabilità, ma una crisi di rappresentanza”. Il primo obiettivo non dovrà “essere quello di assicurare un governo e di parteciparvi, ma di riportare al voto la parte più fragile, gli ‘scartati’ del Paese”; ciò però può diventare possibile, se esiste un progetto condiviso anche dalla sinistra dispersa, e non solo dai componenti di Parlamenti “occupati” da “partiti concepiti come macchine di potere personale”. Se si vorrà che il “Parlamento torni a essere il luogo dove – afferma Montanari - si forma il futuro del Paese, ebbene bisogna riportare il Paese in Palamento”.
A tal fine appare allora ineludibile l’adozione di una legge elettorale rigidamente proporzionale, perché l’”urgenza non è quella di selezionare una classe dirigente”, ma quella di dare rappresentanza agli strati sociali più penalizzati dall’approfondimento delle disuguaglianze; ciò in quanto è proprio verso quei milioni di italiani che più di tutti soffrono degli effetti di queste disuguaglianze che “una nuova sinistra radicale deve avere la forza e l’intelligenza di guardare”. Il problema nel ricupero della sinistra dispersa e sommersa non dovrà essere quello di cercare alleanze con le forze che formalmente si presume siano di sinistra, ma quello di cercare l’”alleanza con i cittadini” più colpiti dalla crisi dei partiti tradizionali di sinistra e dalla loro soggezione alla logica neoliberista.
L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà dunque avere come obiettivo la ricostruzione dello Stato che, in questi ultimi anni, è stato destrutturato in funzione dell’espandersi del turbocapitalismo globale, avvenuto col supporto dell’ideologia neoliberista; ideologia, questa, che ha distrutto – afferma Montanari – “ogni idea di giustizia sociale e di solidarietà”, sostituita con l’idea di modernizzazione proposta dalla “Terza via” di Giddens e di Blair. L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà garantire al Paese ciò che da tempo la politica ha smarrito o rimosso dalla propria agenda, ovvero l’elaborazione di “un progetto di comunità, un’idea forte di cosa possa essere la Repubblica Italiana del futuro”.
L’auspicio di Montanari, sicuramente condivisibile, potrà però concretizzarsi, se il Paese avrà la capacità di dare piena attuazione anche a quella parte della Costituzione repubblicana che prevede il diritto di tutti ad avere un posto di lavoro stabile; questo diritto è forse al di là delle materiali possibilità del Paese, a ameno che, come molti si augurano, fatta salva la democraticità dell’impianto costituzionale, non ci si convinca, rimuovendo radicalmente l’equivoco che ha inquinato gran parte del confronto politico degli ultimi decenni, che il fondamento della Repubblica non sia più l’assicurazione del posto di lavoro, bensì l’assicurazione per tutti dell’accesso a un livello equo di reddito.

3 commenti

  • 1 Oggi martedì 20 giugno 2017 | Aladin Pensiero
    20 Giugno 2017 - 08:29

    […] La crisi della sinistra in Italia: come superarla? 20 Giugno 2017 Gianfranco Sabattini su Democraziaoggi. Proseguiamo il dibattito sulla crisi della sinistra in Italia con questo articolo di Gianfranco […]

  • 2 Andrea Pubusa
    20 Giugno 2017 - 09:44

    Le conclusioni di Sabattini aprono ad un dibattito centrale per il futuro del Paese e non solo. Ne abbiamo già parlato in questo blog con interventi dello stesso Sabattini e con un saggio, pubblicato in pillole, di Fernando Codonesu sulla innovazione tecnologica, il lavoro e il reddito. Mi è parso di capire che la robotizzazione comporti una sempre maggiore e drastica riduzione del lavoro umano, per cui l’attenzione dal lavoro si sposta verso la distribuzione della ricchezza, prodotta sempre meno dai lavoratori. E’ un tema nuovo, ma nel suo nucleo centrale vecchio: chi si appropria della ricchezza frutto di un’attività che è pur sempre sociale? Mi pare sia il tema di fondo avanzato dal marxismo e da altre correnti di pensiero economico democratico. Su questo dobbiamo riprendere la lotta, tenendo conto che comunque un reddito senza lavoro. ossia senza impegno sociale, è pur sempre problematico e sul piano sociale probabilmente anch’esso devastante, seppure in modo diverso rispetto alla disoccupazione senza reddito. Temi immani. Su di essi sta lavorando il Comitato d’iniziativa costituzionale e statutaria di Cagliari, che in autunno ha in programma una serie di incontri per portare l’argomento all’attenzione del dibattito pubblico in Sardegna.

  • 3 Gianfranco Sabattini
    21 Giugno 2017 - 10:31

    Caro Andrea, finalmente ci siamo; mi fa piacere che ti sia convinto che il problema, nelle attuali condizioni di funzionamento dei moderni sistemi economici, è quello di spostare l’attenzione dal lavoro verso la distribuzione della ricchezza sempre meno prodotta dai lavoratori”, i quali, per questo motivo, verranno a trovarsi in una condizione di “disoccupazione strutturale irreversibile”.
    Tu dici che il tema è nuovo, ma che il suo nucleo è “vecchio”; non è così. Quando Robert Owen propagandò la lotta contro l’uso indiscriminato delle macchine nel processo produttivo (se si prescinde dalle condizioni del contesto sociale ed economico del suo tempo, ma anche dalla teoria economica allora vigente, quella classica) non aveva molti argomenti per giustificare la sua proposta, in considerazione del fatto che l’approfondimento capitalistico del processo produttivo e, dunque, un maggior uso delle macchine, avrebbe comportato un ulteriore incremento della produzione e dell’occupazione, che nel mondo moderno non sempre è possibile.
    Ora in te, caro Andrea, resta ancora un “residuo” antico, residuo della tua fede marxista, che non ti consente una considerazione realistica della natura del lavoro nella moderna società capitalistica. Tu pensi che, nel mondo moderno, un “reddito senza lavoro, ossia senza impegno sociale”, costituisca pur sempre un problematico sociale devastante. Certo, lo è sin tanto che si continuerà a pensare secondo la tradizione cristiano-marxista, che il lavoro è “dignità”, è “liberazione” è “obbligo morale verso chi lo rimunera”; come ti sarai accorto, anche il Papa è di questo parere, che visitando gli impianti dell’Ilva si è espresso contro il “reddito assicurato a tutti” e a favore del lavoro per tutti; lui, però, si è ben guardato dall’indicare come garantirlo. Di ciò il Papa non era tenuto ad interessarsi più di tanto, considerato che la sua “missione” dovrebbe essere quella di indicare ai “comuni mortali” come si “va nel mondo ultraterreno”, e non quella di indicare “come funziona quello terreno” (almeno non per tutti).
    E’ giusto perciò, come tu affermi, ritenere il tema dello spostamento dell’attenzione dal lavoro verso la distribuzione della ricchezza prodotta, avendo cura però di salvaguardare la libertà del disoccupato, titolare del diritto a ricevere un “reddito di cittadinanza”, di realizzare il proprio “progetto di vita”, dedicando il tempo libero allo svago, all’arricchimento interiore ed al lavoro in proprio.
    Non è questa la società che tu vorresti? L’impegno sociale di chi gode di un reddito di cittadinanza, la cui istituzione dovrebbe compensare l’incapacità del mondo capitalistico moderno di fare fronte alla disoccupazione strutturale irreversibile, consisterebbe proprio nell’impiegare il tempo libero secondo una delle modalità indicate, consapevole di contribuire in tal modo a realizzare un comunità nella quale è “conveniente vivere”.
    E’ bene che tu promuova un dibattito sull’argomento, anche perché è ricco di tante altre implicazioni, tutte connesse allo spostamento dell’attenzione dal lavoro alla distribuzione della ricchezza prodotta.

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