Andrea Pubusa
E’ morto Pierino Soddu, l’ultimo dei grandi della storia della Regione sarda. Per ricordarlo pubblico un suo profilo, tratto dal mio libro “Nel segno di Lussu” (Arkadia), in cui ricordo le figure più significative della “linea sarda dell’autogoverno”, a partire da Angioy, G.B. Tuveri e Giorgio Asproni, passando per Gramsci e Lussu fino a Umberto Cardia, Pietrino Soddu, Giovanni Lilliu e Antonio Simon Mossa.
Su Soddu e gli altri occorrerebbe riaprire una riflessione per superare questa fase deprimente della politica regionale, priva di un qualsiasi disegno di alto profilo.
Qualcosa si muove anche nell’area cattolica, il cui moderatismo iniziale viene investito nella seconda metà degli anni ‘50 da una ventata di rinnovamento. Molti furono i protagonistidi quella stagione. Pietrino Soddu, forse per essere stato più volte presidente della Regione come esponente di punta dei “Giovani turchi “, ha una posizione di rilievo (dopo naturalmente Francesco Cossiga). Egki si caratterizza per avere una visione pragmatica e realista della questione sarda, ma al tempo stesso propositiva e innovativa dei compiti che si pongono all’isola. Anzitutto, si stacca dal coro di coloro che considerano, senz’appello, la Rinascita come un fallimento. I Giovani turchi infatti avevano battuto l’establishment democristiano di Sassari nel 1956 su un programma di profondo rinnovamento della politica regionale di quel partito. Giovani e “rivoluzionari” – come gli ufficiali turchi che nel 1909 costrinsero all’abdicazione il sultano Amid II, dando avvio al processo di ammodernamento del loro paese –, gli oppositori di Campus uomo di Segni e padrone incontrastato fino ad allora della DC sassarese, volevano cambiare il partito per cambiare il modo di governare. Alla politica dei clientes volevano sostituire la politica del “servizio” verso i cittadini, alla autonomia “burocratica” volevano sostituire l’autonomia delle idee per spezzare la cronica arretratezza della Sardegna. Si puntava sull’attuazione dell’art. 13 dello Statuto e, quindi, si apriva verso la sinistra, che gia’ da tempo si muoveva in quella direzione, come comprovano gli esiti del Congresso del popolo sardo del 1950. In sintesi, si volev un piano organico che investisse tutti i fattori rilevanti per lo sviluppo, da quello umano, culturale ed economico, anzitutto, ma non solo, si puntava anche a quello industriale, che al tempo pareva il motore piu’ promettente e sicuro dello sviluppo.
Come sono andate le cose? Dopo l’avvio della Regione i primi programmi esecutivi del piano previsto dall’art. 13 ebbero attuazione solo a metà degli anni ’60. Da allora senza attenderne i risultati, “secondo la nostra antica tradizione, nella politica sarda si sviluppò un dibattito dominato dalla tesi del “fallimento della rinascita”, tesi arrivata senza revisioni fino ad oggi”. E tuttavia questa opinione, dotata ancora di una forza evocativa, “risulta incompleta e distorta perché non è stata rivisitata alla luce dei cambiamenti intervenuti soprattutto nel corso degli anni ’60-’70 del secolo scorso”. Infatti, osserva Soddu, “la condizione generale della Sardegna non è più quella segnata dall’accantonamento, dalla miseria, dalla malaria, dall’analfabetismo, dalla carenza di strutture civili nel campo della scuola, della sanità, della viabilità, dei trasporti marittimi; non è più terra di banditismo; non è più solo la società del malessere; non c’è più l’emigrazione di massa, la proprietà assenteista, il conflitto pastori – contadini e città – campagna. Le condizioni della Sardegna sono cambiate e in larga misura non sono diverse da quelle delle altre regioni italiane anche se restano non piccole differenze nel reddito individuale e soprattutto nelle strutture produttive agricole e dell’industria manifatturiera. La Sardegna ha ancora problemi antichi non risolti e una condizione sociale che alimenta il disagio che chiamiamo “questione sarda”, che ci distingue dalle altre parti del paese per le condizioni politiche, sociali, culturali anche all’inizio del III millennio”. Insomma, afferma Soddu, pur con tante contraddizioni, durante gli anni della Rinascita, c’e stata crescita, talche’ […] “nel passato anche nei momenti di massima trasformazione la libertà e l’autonomia non sono state debilitate dallo sviluppo. L’esperienza della rinascita è stata letta in tanti modi, ma nessuno - insiste Soddu, a difesa di quella politica - ha mai dimenticato il contenuto della formula “più libertà = più sviluppo”; “nessuno ha messo in dubbio il valore aggiunto rappresentato dall’autogoverno nel processo di modernizzazione della società sarda. […]”.
Libertà, sviluppo, autogoverno, modernizzazione, causa ed effetto insieme, ecco gli ingredienti virtuosi di questa prima fase dell’azione regionale a partire dagli anni ‘60 del Novecento.
Soddu ritiene che questa sia la prima parte di una storia ormai entrata in una seconda fase, che pone problemi complessi e difficili e richiede non lamentazioni ma impegno e responsabilità.
“Dalla nascita della Regione e dal varo del Piano di Rinascita sono passati decenni e il mondo è cambiato, e anche noi siamo cambiati ma - osserva con schiettezza Pietrino - i pregiudizi e le contrapposizioni, le accuse e le critiche sono sempre le stesse. Mentre noi siamo fermi nei vecchi miti, il tempo scorre inesorabile e modella senza preoccuparsi di noi il mondo che ci circonda e anche la nostra realtà costringendoci a subire passivamente tendenze e soluzioni che magari non condividiamo, critichiamo, denunciamo ma poi ci rassegniamo a subire limitandoci a gridare contro tutti coloro che deciderebbero per noi profittando delle nostre debolezze e delle nostre divisioni. La colpa è sempre di qualcun altro e noi siamo le vittime incolpevoli dell’avidità, della forza, dell’arroganza o dell’indifferenza di tutti coloro che dovrebbero prendersi cura di noi e che invece sospettiamo ci sfruttino senza alcun riguardo”. Soddu non la pensa cosi’ o meglio non crede che sia solo così. E invita al sempre benefico esercizio dell’autocritica: “le cause della crisi stanno anche in non piccola parte nel nostro ritardo, prima nel non prendere coscienza della realtà e poi nel non decidere ciò che è necessario per farci uscire dall’inerzia e dalla paralisi che ci tiene prigionieri. Il futuro - soggiunge - non è tutto nelle nostre mani. Ma se non tutto una parte significativa di esso dipende da ciò che noi faremo, da ciò che saremo capaci di progettare e realizzare, da come ci inseriremo nel processo di cambiamento in corso nel mondo, da come riusciremo a difendere i caratteri della nostra cultura, da come riusciremo a essere ancora padroni dei beni comuni, terra, acqua, mare e cielo; dal tasso di libertà e di autogoverno di cui disporremo per difendere e valorizzare anche, e forse soprattutto, l’universo dei beni immateriali che costituiscono il nostro patrimonio identitario senza il quale saremo inevitabilmente travolti dalla forza degli elementi presenti nella seconda modernizzazione”. Ancora liberta’, autogoverno, sviluppo, modernizzazione. E organità. Ecco perché “la “questione sarda” va considerata innanzi tutto nella sua interezza che è in parte antica e in parte nuova. La parte antica è quella che conosciamo meglio perché la viviamo ancora tutti i giorni nelle difficoltà materiali. Essa è fatta di tante carenze, di assenze e di ritardi; è fatta di strutture materiali inadeguate nel campo della salute, dell’istruzione, dei trasporti, dell’energia, della cultura; è fatta di carenze nell’attività amministrativa, di lacci e laccioli, di strutture sociali troppo rigide, di clientelismo, di paternalismo, di assenza di parità. È costituita cioè dalla permanenza di una parte dei vecchi fattori negativi del passato. Ma la “questione sarda” oggi non si esaurisce nei tradizionali elementi di debolezza strutturale che ci trasciniamo si può dire dall’origine della nostra storia a cominciare dall’insularità. È diventata più complessa e va vista, esaminata e affrontata tenendo conto del quadro generale, delle forze e delle tendenze che stanno prevalendo nel mondo e che investono anche noi con una violenza mai prima conosciuta. La Sardegna infatti non è più un universo chiuso, i suoi confini si sono aperti e niente ci separa o ci difende dagli influssi esterni. Immaginare, come talvolta facciamo, che sia tutta colpa degli altri, dei poteri esterni, che basti mettere argini, impedire l’arrivo e l’affermarsi di ciò che vive nel mondo esterno, rinchiuderci nel nostro universo per non essere costretti a fare i conti e se necessario a cambiare le nostre convinzioni e le nostre abitudini non solo è inutile, ma non è più possibile, ammesso che un tempo lo sia stato. Dobbiamo prendere atto che dobbiamo fare meglio la nostra parte, dobbiamo vivere, confrontarci, competere, misurarci con tutte le forze in campo in Europa e nel mondo”.
Per far questo occorre capire il contesto nel quale ci si muove. “La condizione attuale è […] una condizione di crisi più generale di quella economica. È crisi della società, dell’economia, della politica, delle istituzioni, crisi dello Stato, dei partiti, dei sindacati, della Regione, dei simboli, del linguaggio, della rappresentanza, della governance. Come spesso sentiamo dire, siamo di fronte ad un passaggio epocale. Molte cose che sembravano immutabili sono già cambiate o stanno rapidamente cambiando, a volte traumaticamente. Valori, istituzioni, principi, costumi, credenze, regole, tutto è in movimento e il movimento coinvolge, la politica, coinvolge la lealtà alla Costituzione, il senso di appartenenza, erode la coesione sociale e rende più difficili da sopportare le condizioni dei ceti sociali più deboli. Tutto ciò che compone la realtà ci obbliga ad aggiornare le analisi e le politiche degli ultimi trent’anni. Non si tratta più soltanto di attuare lo Statuto, di difendere l’Autonomia, di riformare l’Amministrazione. Si tratta di individuare le nuove forme di sovranità necessarie per governare, anche aggiornando i progetti elaborati alla fine del secolo scorso”. Ecco anche in Soddu emerge o forse meglio si accentua un bisogno di autogoverno, di sovranità.
“Qualche anno fa - ricorda - per sintetizzare la natura della riforma statutaria avevo usato la formula “più sovranità e meno autonomia”. Questa formula ha bisogno di essere specificata meglio e articolata in modo da rispondere alle domande del nuovo tempo, tenendo conto che non siamo più all’inizio di un processo, ma siamo al centro di esso e pienamente coinvolti nei cambiamenti in corso nel mondo. Il ritardo che aveva caratterizzato la storia della Sardegna da tempo non è più la condizione dominante ma lo può ridiventare. L’isolamento e l’accantonamento possono ripresentarsi molto presto e drammaticamente se non si provvede tempestivamente e con molta determinazione a imboccare la strada delle riforme costituzionali e socio-economiche di cui parliamo da tempo ma senza riuscire a raggiungere gli accordi necessari. Non si tratta di un’impresa facile perché richiede un ripensamento profondo degli orientamenti che dominano il campo dagli anni ’70-’80; occorre rimettere in discussione da una parte le posizioni che hanno contestato in maniera radicale l’esperienza della Rinascita e dall’altra gli strumenti usati per colmare il ritardo storico; occorre riconoscere che siamo usciti dall’accantonamento, che abbiamo tentato con qualche successo di diventare protagonisti del nostro destino, e titolari del potere di orientare le scelte in campo sociale ed economico, ed essere sovrani del nostro patrimonio territoriale, storico, linguistico, ma anche che ci sono stati errori, distorsioni, forzature che hanno inciso negativamente sul contesto sardo.
La classe politica sarda non ha capito la portata della sfida e non ha insistito abbastanza nel proseguimento di ciò che costituiva la più ambiziosa finalità immateriale della “Rinascita”: cioè quello di riuscire nell’impresa di far diventare il popolo sardo responsabile del proprio destino, titolare legittimo del potere democratico, dell’autogoverno, garante della piena fruizione da parte di tutti dei diritti fondamentali, ma anche custode dei principali caratteri dell’identità, autore del cambiamento e allo stesso tempo produttore delle risorse necessarie a conseguire il pareggiamento delle condizioni di vita dei cittadini sardi rispetto agli altri cittadini italiani. Per queste ragioni prima di riavviare un nuovo corso sarebbe utile, anzi posso dire necessario riaprire una riflessione su questi punti perché non sempre questi aspetti sono stati compresi nella loro importanza, e anzi quasi sempre queste finalità sono state oscurate o assorbite dalle polemiche sul modello di sviluppo economico da cui poi è scaturito il termine molto efficace ma poco rispondente alla realtà di “fallimento della Rinascita”, e di conseguenza il fatto che la pubblicistica in campo politico, sociale ed economico si è sviluppata solo sulla parte materiale del piano, sulle insufficienze dell’industrializzazione lasciando in ombra tutto il resto, che invece era ed è essenziale per capire il grande cambiamento realizzato dalla Rinascita senza per questo ignorare le lacune, le distorsioni, gli squilibri, le “catastrofi” verificatesi in certe parti del tessuto dell’isola. Non si può capire la Sardegna di oggi, non si può definire adeguatamente la “nuova questione sarda”, senza una rivisitazione generale, attenta, scrupolosa ed oggettiva dell’esperienza complessiva della Rinascita. Essa infatti ha segnato il passaggio epocale della società sarda alla modernità, ha riunificato i sardi, ha dato loro la possibilità di riconoscersi, di riconciliarsi, di organizzarsi, di diventare un popolo consapevole dei propri diritti, impegnato a costruire un sistema democratico di autogoverno, che lo doveva trasformare da suddito in protagonista libero e responsabile delle scelte fondamentali in materia di beni comuni, di sviluppo e di diritti fondamentali. In questa rievocazione Soddu rivendica evidentemente il ruolo svolto dalla sua parte, dai “Giovani turchi”, di cui fu autorevole esponente.
Il quadro di fondo è ancora questo ma più grave e più confuso e di più difficile lettura.
“La Sardegna è sempre più immersa nel caos (non un caos calmo come il titolo di un recente romanzo di successo), ma in un caos agitato, che ci avvolge e ci snerva con un interminabile susseguirsi di tentativi, ipotesi e proposte di innovazione e riforma in tutti i settori. Siamo in pieno smarrimento e proviamo difficoltà a trovare la strada per uscire dal labirinto nel quale ci siamo perduti. A volte sembriamo così confusi da non sapere più chi siamo, dove siamo né dove andiamo. Non siamo più sicuri di essere sardi, italiani ed europei, figli di una storia, una cultura e una civiltà mediterranea, greco-romana e cristiana, eredi legittimi del Rinascimento e del Risorgimento. Non consideriamo particolarmente importante e tantomeno definitivo e immodificabile l’essere cittadini liberi di uno Stato democratico fondato su una Costituzione molto avanzata che riconosce le specificità e le diversità storiche, culturali, geografiche, linguistiche, al cui centro sta la persona umana con i suoi diritti fondamentali tra i quali la sovranità popolare, l’uguaglianza e la solidarietà. Siamo inquieti, continuiamo a cercare vere e più autentiche origini, più significativi passaggi della storia, confutiamo le ragioni dell’essere di diritto o di fatto cittadini di quella più grande nazione italiana della quale siamo parte da trecento anni per non dire del tempo più antico che ci vide con Roma uniti all’Italia e all’Europa per più di dieci secoli. La prima cosa da fare per uscire dal caos sarebbe di decidere se siamo ancora italiani ed europei, se ci riconosciamo appartenenti a una storia e a una matrice culturale comune che unisce in un unico destino tutti i popoli che compongono l’Unione europea che hanno combattuto a lungo e più volte l’uno contro l’altro per la supremazia e il dominio, ma che non possono non riconoscersi figli di una cultura comune e collegati a un comune destino. Essere sardi, italiani ed europei, non esclude che ci consideriamo cittadini del mondo, né ci impedisce di condividere una sempre più forte integrazione pur nella distinzione delle specificità di ciascuno, né di lavorare perché queste specificità non siano cancellate ma rafforzate nella loro originalità che non contraddice e non si oppone a una comune dimensione europea e mondiale, che non possiamo non considerare determinante per garantire un futuro di pace e uno sviluppo più equo e sostenibile a tutte le parti, soprattutto a quelle più deboli.” Ecco dunque due punti fermi per Soddu: la Costituzione i taliana, i suoi principi fondamentali, non negoziabili; la propensione verso una nuova forma di sovranità, anziché verso quella minore dell’autonomia; la proiezione europea e mondiale.
Soddu consiglia prudenza e realismo anche a chi invece ritiene che la soluzione più moderna e più rispettosa delle tendenze in atto nel mondo stia nella trasformazione della Sardegna da Regione autonoma in Regione federale dotata di maggiori poteri e di più larga sovranità. “Occorre ricordare - ammonisce - che non è affatto scontato che basti un regime federale a conciliare la convivenza e rendere meno conflittuali i […] fattori in campo, ma che occorre individuare strumenti e condizioni per poter esercitare una sovranità condivisa, obiettivo che non appare affatto scontato”. In estrema sintesi si può affermare che per evitare che “la nuova questione sarda” rimanga irrisolta o addirittura si aggravi rendendo il declino inarrestabile, mettendo il nostro destino interamente nelle mani degli altri, occorre uscire rapidamente dall’inerzia che ha segnato negativamente gli ultimi decenni, occorre decidere responsabilmente e democraticamente le nuove politiche, ma senza perdere tempo in discussioni oziose o attestarsi su posizioni pregiudiziali.
“Ciò comporta, com’è naturale nei passaggi fondamentali e come dimostra […] l’esperienza degli anni ‘50-’60, un generale ricambio della classe dirigente, comporta l’elaborazione della visione generale del ruolo della Sardegna nel mondo diventato globale, comporta una riforma degli strumenti della politica a cominciare dai partiti, rende indispensabile e urgente la riforma del patto che lega la Sardegna allo Stato e all’Europa, richiede una programmazione capace di selezionare le priorità, i tempi e i modi di attuazione degli interventi, richiede l’ancoraggio a una visione universalistica che leghi la conservazione e la valorizzazione dell’identità e dell’autogoverno a valori umani generali e condivisi. In altre parole richiede il superamento dell’attuale visione dominante fondata esclusivamente sulla tecnica, sul mercato e sulla prevalenza degli interessi individuali sugli interessi generali. […]. Oggi sappiamo che il mondo è alla vigilia di una svolta di sistema: che deve affrontare il passaggio, come dicono molti studiosi, dalla seconda alla terza industrializzazione. La Sardegna si vede costretta ancora una volta a un salto di fase, cioè a passare dalla prima industrializzazione, fatta di industria di base energivora, a bassa occupazione, scarso valore aggiunto, forte impatto ambientale e tecnologie risalenti al passato, alla nuova fase fondata su bassi consumi energetici, tecnologie interamente rinnovate e innovative, basso impatto ambientale, diversa distribuzione territoriale.
Quel che rende specifica e in parte “nuova” la questione sarda non sono dunque solo i cambiamenti in corso in Italia e nel mondo, ma è anche e forse soprattutto l’incontro dei fattori più antichi dell’identità con la più recente modernità. È questo incontro che ha messo a nudo le contraddizioni, i pericoli di disgregazione, e ha avviato la forte deriva che rende più incerta la vita sociale e quella politica. Il rischio che una modernità senza un adeguamento alla nostra visione stravolga i caratteri dell’identità, renda il popolo sardo del tutto simile a quella vasta umanità conformista che popola il mondo occidentale che non ha una patria, una terra, una lingua, una storia, non possiede più un patrimonio di beni comuni nei quali riconoscersi è diventato molto alto. C’è chi pensa che possiamo metterci al riparo dai pericoli isolandoci. Ma sbaglia perché il processo di omologazione delle diversità in atto nel mondo è in corso anche in Sardegna”.
Date le diverse apparrenenze politiche, può apparire bizzarro che Soddu si senta vicino a Lussu e lo evochi, eppure c’è al fondo un filo che li lega. E lo si comprende dalla citazione che Soddu fa di un noto articolo del grande Capitano, pubblicato nel numero speciale dedicato alla Sardegna della rivista “Il Ponte”, diretta da Piero Calamandrei, uscita nel settembre-ottobre 1951, a meno di due anni dalla conclusione dei lavori dell’Assemblea costituente e dell’approvazione dello Statuto speciale dell’Autonomia sarda. In esso si descrive una Sardegna arretrata, povera, in ritardo in tutti i campi. Lussu è pieno di delusione e di amarezza per le condizioni dell’isola e per la sua storia antica e recente. Ma - ecco il punto - non è privo di speranza per il futuro ed è ricco di spunti per l’azione politica e utile ancora oggi per giudicare la “questione sarda”, quella antica e quella più recente. E in questa proiezione positiva verso il futuro si trova, a guardare bene, la sintonia di Soddu con Lussu. In fondo Lussu vede comparire, per la prima volta nella storia, la <nazione mancata>, il popolo sardo, nel primo dopoguerra, col movimento combattentisico e socialista, Soddu, anche nel secondo dopoguerra, con la Repubblica e la Costituzione democratica, in cui lui ha inserito la sua azione. Il fatto atteso - dice Lussu -”è già nell’inizio della rinascita popolare presente, della Sardegna collettiva, unita e operosa, che succeda alla vecchia Sardegna dei sardi solitari e immobili. Certamente, la Sardegna conoscerà una resurrezione, inserendo la sua vita nella civiltà italiana, europea e universale, di cui ormai è partecipe […]. Soddu condivide e in una intervista rilancia l’idea del Congresso del popolo sardo, che Lussu presiedette. Un congresso che lui chiama “Concilio” per sottolineare ch’esso - a differenza di quello del 1950 - dev’essre uitario, superando “vecchie ruggini e e contrapposizioni”. Lo scopo? “Mobilitare le coscienze, capire il senso dell’autonomia nel mondo di oggi, gobale e informatizzato”. “Il nuovo problema politico è l’autogoverno., poter partecipare alle decisioni che ci riguardano. Sbaglieremo? Faremo stupidaggini, ci governerebbe meglio un imperatore? Può darsi. Ma se il popolo sardo si risveglierà, se gli intellettuali usciranno dal letargo, se la Chiesa, i media, il mondo produttivo faranno la loro parte, è ancora possibile un nuovo patto autonomista tra l’isola e la Repubblica italiana”.



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