La cabina stregata

16 Agosto 2010
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Niccolò Ammaniti - Repubblica — 27 marzo 2010

Per buona parte della sua esistenza Gregorio Antonucci, il giorno delle elezioni, era uscito dal letto in punta di piedi per non svegliare sua moglie ed era andato a votare accompagnato da Annibale, il suo cocker spaniel. Gli piaceva arrivare per primo alla scuola ed esercitare il suo diritto/dovere di fronte agli scrutatori assonnati. La barra tra quelle due parole era secondo lui l’ essenza più profonda della democrazia. Dopo, se ne tornava a casa sollevato. E per festeggiare si fermava al Bar Quattroni a farsi una bomba alla crema. Si era anche accorto (ma non lo aveva detto a nessuno) che se era una bella giornata di solito vinceva la sinistra. La mattina del 28 Marzo 2010 la primavera aveva finalmente deciso di farsi valere sull’ inverno, non faceva freddo e c’ era un odore di erba che cresceva e il cielo, senza nuvole, era stinto come un paio di jeans consumati. Forse, si disse Gregorio, è la volta buona che gliela facciamo vedere a Berlusconi. Si avviò verso la scuola a passo lento. Dopo l’ infarto e i by-pass si era dato una bella calmata. Con lui non c’ era il vecchio Annibale. Se l’ era portato via un cancro al fegato. Quella stronza di sua moglie, invece se l’ era portata via un architetto di Gattatico. E i figli erano cresciuti. E io mi sono fatto vecchio e solo. Quello che lo addolorava di più era parlare con i suoi figli e rendersi conto che erano due minorati mentali. Il maggiore, Vittorio, era del Pdl. Alessio invece non votava proprio. ” Pa’ ! ancora con ‘ sta storia di votare? Tanto non serve a una sega. E’ tutto un magna, magna… A destra e a sinistra. So’ tutti uguali.” E pensare che quando erano piccoli li aveva portati a tutte le manifestazioni del Pci e della Cgil. Ai concerti del primo maggio. In camera tenevano appeso un enorme manifesto con la falcee il martelloe una grande fotografia di Berlinguer. Poi Gregorio aveva commesso un errore imperdonabile. Per pigrizia li aveva iscritti a un liceo di quartiere pieno di figli di papà. E se li era persi. Per sempre. Arrivò di fronte alla scuola esausto, attraversò il cortile con gli oleandri mezzi secchi ed entrò nel vecchio edificio spruzzato di graffiti. Lungo il corridoio le pareti coperte dai cartelloni delle ricerche di scienze e di quelli dei rappresentanti di lista. Si fermò a controllare la lista del Pd. Scosse la testa. Questa nuova sinistra non gli piaceva. Gente parecchio confusa. Vivono in simbiosi con la loro nemesi. Loro sono l’ anemone e Berlusconi il pesce pagliaccio. Ripensò ai grandi. Nenni. Ingrao. Berlinguer. Uomini che avevano sentito il dolore degli operai e combattuto l’ oscuro esercito dei preti della Democrazia Cristiana. Basta. Sennò finiva a dire le stesse cose che gli ripeteva quella mezza sega di Alessio. Berlusconi ti fregava con metodo, ti imbastiva una sfilza di cazzate quotidiane. Due, tre al giorno. Sulle prime ti incazzavi come una bestia, ma alla lunga non reggevi alla gragnola di stronzate e per proteggere la salute mentale cominciavi a non leggere più i giornali, a dire che tanto è tutta una merda e gli consegnavi in mano il paese. Doveva votare Pd e basta stronzate. Il seggio 128 era al secondo piano. E non c’ era nemmeno l’ ascensore. Cominciò a salire le scale reggendosi al corrimano. A ogni passo il pulsare sconnesso del cuore accelerava battendogli contro lo sterno. Arrivato al primo piano si accorse di essere tutto sudato. Aprì il loden e si sbottonò il colletto della camicia. Cercò nella tasca le pillole. Me le sono dimenticate. Forse era meglio farsi chiamare un taxi dai carabinieri e tornarsene a casa. No, non poteva. Lui da quando aveva raggiunto la maggiore età aveva sempre votato. Non c’ erano state vacanze, malattie, incidenti che lo avessero fermato. E nemmeno questa volta. Riprese la salita con più slanciò ma fatta una rampa la testa prese a girargli. Cominciò a inspirare e a espirare contando i gradini. Finalmente arrivò al secondo piano. Si sedette su una sedia e aspettò di riprendere fiato. Quando gli sembrò di sentirsi un po’ meglio entrò nella classe. Seduti composti a un tavolino c’ erano un vecchio con una frangetta troppa nera per essere naturale. Alla sua destra un ragazzone biondo. Il nodone della cravatta gli finiva praticamente in bocca. A sinistra una punk con il collo e un orecchio tatuati con scaglie di pesce. ” Venga. Venga. E’ il primo. Complimenti” Gli fece il vecchio. Gregorio accennò un sorriso stirato e tirò fuori la tessere elettorale e il documento d’ identità. Firmò. Si accorse di avere le dita intorpidite. La punk gli consegnò un foglio e una matita. ” Numero 3″ Gli disse il ciccione. Gregorio attraversò la classe ed entrò nella cabina. Cercò le lenti da vista nella giacca senza trovarle, rovistò anche nelle tasche dei pantaloni. Niente. Ma che aveva? Si era dimenticato pure gli occhiali. Sollevò la mano e si accorse di averli poggiati sulla testa. Li stava inforcando quando gli sembrò, solo per un attimo, che la cabina si allargasse fino a diventare un enorme stanzone per poi, di colpo, restringersi come una cassa da morto. Stringendo i denti cercò di liberarsi ma la parete di legno di fronte a lui cominciò a scomporsi in quadratoni colorati, tipo digitale terreste. Chiuse gli occhi terrorizzato e quando li riaprì fu accecato dal sole. E assordato dalle cicale. Intorno aveva a trecentosessanta gradi un mare giallo di grano maturo punteggiato dal rosso dei papaveri che si stendeva piatto fino all’ orizzonte. ” Ma dove sono?” Poi capì. Si mise una mano sulla bocca. “Cazzo, sono morto.” Era spirato in una cabina elettorale. Da una parte gli dispiaceva. Dall’ altra però era contento. Il trapasso era stato rapido e indolore. E poi, la scoperta che ci fosse qualcos’ altro oltre la vita era grandiosa. Tutta la vita a prendersela con i preti, a combattere contro l’ inganno dell’ Aldilà e scopriva che quei maledetti avevano ragione. Si osservò. Era tale e quale. Aveva ancora addosso il suo vecchio loden sdrucito e in mano stringeva ancora la matita e il foglio elettorale che gli aveva dato la punk. S’ incamminò nel campo. Non c’ era nulla oltre il grano in quel posto. Saranno i campi elisi. “Antonucci. Ben arrivato. La stavamo aspettando.” Una voce fuori campo, proprio come quella dei film, lo stava chiamando. Gregorio fece uno zompo per lo spavento. ” Le piace?” Gregorio fece sì con il capo guardando il cielo. Quella voce, quell’ accento inconfondibile lo aveva già sentito. Si girò e in mezzo al grano c’ era Silvio Berlusconi. Se ne stava impettito con il suo doppiopetto blu di Caraceni, un sorrisone che andava da un orecchio all’ altroe le mani poggiate sui fianchi. Assomigliavaa una statua di madame Tussaud ” Bello vero? Vedrà. Ci si troverà bene.” Gregorio prese coraggio.” Scusi ma questoè il Paradiso?” “Sì. E’ mio. L’ ho comprato qualche anno fa. Un affare.” Berlusconi sembrava molto soddisfatto dell’ acquisto. ” Mi vuole dire che il paradiso è suo?” ” Certo. Ora lo vede così. Un po’ monotono. Ma ho grandi progetti. Una pista da gokart di 3200 chilometri. Diverse new town. Consegneremo nuove case alle anime dei beati.” Il presidente gli diede una pacca sulla spalla. ” Vedrà, vedrà che cosa riuscirò a fare in tre mesi. Poi non si dica che non sono un padreterno. Aspetti le presento i dodici apostoli. Il tredicesimo, Luca Zaia,è assente per problemi familiari”. Intorno a Berlusconi si materializzarono i dodici governatori. Anche loro erano parecchio contenti. Soprattutto Formigoni sprizzava gioia. Forse perché è stato riammesso, pensò Gregorio. “Ora ripeta insieme a noi. Nel nome della libertà prendo il solenne impegno a votare il presidente Silvio Berlusconi.” ” Io non…” Gregorio rimase senza parole. Un gomitolo di filo spinato gli strizzava il torace. Crollò in ginocchio a bocca spalancata. ” Tranquillo. Ti curo io.” Il presidente gli poggiò una mano sul petto. Un calore benefico gli avviluppò il cuore che rallentò la sua corsa. Il dolore era scomparso. Respirava senza difficoltà. ” Ti senti meglio?” Gregorio lo guardò sorpreso e si accorse di volergli bene. “Molto meglio.” ” Questo è l’ amore.” Gregorio era in estasi. ” Sì è l’ amore.” “Ora recita con noi però.” Tutti insieme i futuri governatori cantarono.” Nel nome della libertà prendo il solenne impegno a votare il presidente Silvio Berlusconi” Gregorio prese un respiro e… prese un altro respiro e disperato ammise: “Non posso. Mi dispiace. Non ce la faccio proprio. Sono un comunista. Non l’ ho mai votata da vivo. Figuriamoci da morto. ” Un artiglio gli squarciò il petto. Cacciò un urlo, chiuse gli occhi e quando li riaprì intorno aveva un deserto di pietre roventi e tredici leoni che lo osservavano. Il più grosso, al centro, ruggì e con un balzo gli fu addosso. Gregorio Antonucci per difendersi allungò la mano che stringeva la matita. Mentre soccombeva sotto il peso del felino con un gesto disperato mollò un fendente a destra e un altro a sinistra. Il miraggio si sgretolò. E per un istante, prima di morire, Gregorio Antonucci vide il soffitto sporco dell’ aula, la parete di legno della cabina, la scheda elettorale. Sorrise. La X era al posto giusto.

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