
Il piano di riarmo europeo è stato presentato come un volano per l’economia europea e una irripetibile occasione per sopperire alla crisi del settore dell’automotive. L’andamento in Borsa e gli stessi dati di bilancio dei colossi del settore, però, smentiscono la vulgata. Il 5 e 6 settembre appuntamento al forum “Addio alle armi” promosso da Sbilanciamoci! e Rete pace e disarmo ka Cernobbio
Nel 2024 i 27 Stati membri dell’Unione europea hanno speso per la Difesa 343 miliardi di euro, segnando un aumento del 19% rispetto al 2023, pari all’1,9% del Prodotto interno lordo (Pil).
Entro il 2025, i Paesi che fanno parte della Nato raggiungeranno anche l’obiettivo di spesa per la difesa fissato da tempo al 2% del Pil, con Polonia, Lituania e Lettonia pronte a raggiungere anche il 3,5%. Si tratta di un incremento significativo, soprattutto se si pensa che la Russia, Paese da tre anni in guerra con l’Ucraina, ha speso 234 miliardi di euro (a parità di potere d’acquisto).
I soldi, però, sono stati usati principalmente per l’acquisto di nuovi armamenti, il cui costo è anche cresciuto nel corso degli anni a causa dell’aumento della domanda e del costo dell’energia. Gli investimenti in Ricerca e sviluppo (R&D) e in infrastrutture a lungo termine, al contrario, non sono cresciuti con lo stesso ritmo del procurement. Ma anche ipotizzando maggiori fondi per le prime due voci di spesa, l’idea che l’annunciato piano di riarmo garantisca la crescita economica ha non poche falle.
Ipotizzando lo stesso investimento nelle attività sanitarie o nell’istruzione, i posti di lavoro annui potenziali sarebbero di 139mila in Spagna, 178mila in Italia e 293mila in Germania. Il perché questa differenza è presto detto. Come spiega l’economista Alessandro Messina nella sua relazione per il Forum nazionale dell’Altra Cernobbio in programma il 5 e 6 settembre 2025, il settore della Difesa è ad alto contenuto tecnologico, ma richiede pochi lavoratori. Inoltre, il 70% degli acquisti in armi è effettuato fuori dal mercato europeo, il che disperde l’effetto moltiplicatore sull’economia domestica. Sanità, istruzione e ambiente, invece, creano occupazione diretta e indiretta e hanno bisogno di un alto numero di lavoratori. Questi investimenti, inoltre, restano prevalentemente sul territorio, attivando filiere produttive locali e generando un effetto moltiplicatore più ampio. Un altro aspetto da considerare è la finanziarizzazione del settore della Difesa. Quando si parla della crescita delle industrie belliche europee -e non solo- si fa riferimento principalmente all’aumento del valore delle loro azioni. Un aumento strettamente legato all’andamento dei conflitti. Per fare un esempio, i titoli delle aziende europee della Difesa sono aumentati di oltre il 10% in un solo giorno dopo l’annuncio a marzo di quest’anno della creazione di una “coalizione di volenterosi” per sostenere l’Ucraina. In quell’occasione, Leonardo Spa aveva registrato un balzo in avanti addirittura del 15%. A metà agosto di quest’anno invece, subito dopo l’incontro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’omologo russo Vladimir Putin, le azioni della stessa Leonardo sono crollate del 10%. Le pur deboli prospettive di pace in Ucraina sono comunque bastate ad affossare una tra le più grandi aziende della Difesa al mondo. Leonardo si è poi ripresa in Borsa solo quando era ormai chiaro che i colloqui tra i due presidenti non avrebbero portato affatto a una cessazione delle ostilità. In ogni caso, a una maggiore crescita delle azioni non corrispondono più posti di lavoro. Il valore di Borsa della tedesca Rheinmetall, per esempio, è cresciuto del 300% dal 2022 al 2024, ma i dipendenti sono aumentati appena del 15%. Nello stesso periodo di tempo, come ricorda Messina, il governo tedesco ha tagliato due miliardi di euro dal budget per le energie rinnovabili, settore che secondo le stime dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili genera 42 posti di lavoro per milione di euro investito, contro i 14 del settore militare. La mancata crescita di assunzioni in Rheinmetall riguarda anche l’Italia. L’azienda ha due succursali nel nostro Paese, una a Ghedi (in Lombardia) e l’altra a Domusnovas (in Sardegna). I dipendenti complessivi sono passati da 212 a 216, ma l’aumento ha riguardato esclusivamente lo stabilimento bresciano. A Domusnovas invece sono rimasti i 102 dipendenti del 2023. Come si legge nella “Relazione di gestione – Analisi generale”, data l’impennata della produzione, si è deciso di “incrementare la produttività lavorando in continuo per sette giorni su sette e massimizzare i ricavi”. Inoltre, nello “Stabilimento di Domusnovas è stato avviato da maggio 2024 il terzo turno notturno in tutti i reparti autorizzati alla manipolazione dell’esplosivo”. Il tutto per rispondere alla domanda crescente di bombe e missili prodotti in Sardegna, ma senza ricadute positive in termini occupazionali. Anzi, come si legge sempre nella Relazione dell’azienda, sono aumentati i lavoratori interinali, passati da 254 a 327. La scelta di puntare su questo tipo di contratti riflette la volatilità delle commesse tipico del settore della Difesa. Utilizzando i lavoratori interinali, l’azienda può incrementare la propria manodopera nel momento in cui le commesse aumentano, per poi ridurla quando gli ordini diminuiscono. All’incertezza del settore, quindi, si accompagna quella dei lavoratori



1 commento
1 Aladin
25 Ottobre 2025 - 18:06
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