Con gli studenti nei luoghi della Resistenza, dove è nata la Costituzione

11 Giugno 2016
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Gianna Lai 

marzabotto

Da Fossoli a Marzabotto, al Museo Cervi. ANPI e SPI-CGIL in viaggio con gli studenti del Liceo Scientifico Alberti di Cagliari, a conclusione del Percorso Storia e memoria (di cui già abbiamo riferito in questo blog).

‘In montagna li uccisero tutti’, racconta la nostra guida di Monte Sole, Umberto Conti. A Monte Sole passa la linea gotica, l’ultimo ostacolo naturale per i nazisti, prima di Bologna, dove essi rischiavano di rimanere imprigionati tra gli alleati e i partigiani. Qui, dopo l’8 settembre, era nata la Brigata partigiana Stella Rossa, comandata da Mario Musolesi ‘il Lupo’, e fu Reder a capitanare l’operazione ‘annientamento  dei gruppi partigiani nel territorio nemico’, finalizzata al massacro dell’intera popolazione. L’area fu circondata da più di mille, tra soldati tedeschi e italiani, e le case  bruciate nei  115 luoghi dell’assalto: paesini, scuole, chiese, cascine sparse. Le stragi nazifasciste  nel territorio di Monte Sole, tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, colpirono i comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, in provincia di Bologna, causando la morte in 7 giorni di 770 persone, 216 i bambini, 316 le donne.
Oggi vi sorge l’area del Parco Storico, dedicato alla memoria delle stragi naziste di Marzabotto, che  ricorda anche  le vicende della Brigata partigiana Stella Rossa, ‘W il lupo si legge in una lapide’, al centro del Parco. Dedicata ai giovani e agli studenti, è nata nel 2002, la ‘Scuola di pace di Monte Sole’. Ed è a Monte Sole che riposa, nel cimitero di Casaglia, Giuseppe Dossetti, la cui voce risuonò alta in difesa della Costituzione, dinanzi ai gravi pericoli per la democrazia del nostro Paese, dopo l’elezione di Berlusconi e il proposito annunciato di voler cambiare la nostra Carta.
E  poi Marzabotto e il Sacrario dedicato ai caduti, presso la  cripta della chiesa parrochiale.  Nelle lapidi dell’ingresso,  le foto dei bambini e delle donne e degli anziani uccisi. E  l’affresco della famiglia contadina che saluta il partigiano e che si ricongiunge, dopo la liberazione, nella casa ricostruita. Le Medaglie d’oro a Mario Musolesi, il Lupo, comandante di Stella Rossa, ‘paralizzava con ogni mezzo il transito del nemico sulla zona occupata’, 29 settembre 1944, e al combattente partigiano Rossi Gastone, 16 anni, il 3 settembre 1944.
 
Casa Cervi a Gattatico. Museo per la Storia dei movimenti contadini, dell’antifascismo e della Resistenza nelle campagne. Istituto Alcide Cervi, Biblioteca Archivio Emilio Sereni. Nel logo, un trattore, il mappamondo e un libro.

Un glicine in fiore attraversa il porticato, e la scrittura di Calvino, appena nascosta: ‘Qui da questo filare comincia/ la terra dei sette fratelli Cervi. Questa piana,/ son sette le braccia dei sette fratelli Cervi a lavorarla, questi canali/, questa vigna, ogni cosa qua/ intorno, l’hanno fatta i sette fratelli,/ e questa è la loro fattoria, quella la stalla/, la famosa stalla razionale, orgoglio dei sette fratelli,/ e le bestie famose per il latte e il peso/, e là gli alveari di Ferdinando, il quarto dei sette,/ l’apicultore; ed ecco l’aia della casa/ che fu incendiata quella notte, ecco le finestre da cui i fratelli risposero/ al fuoco dei fascisti, ecco il mro contro il quale vennero messi/ in fila a mani alzate,/ dopo che Gelindo aveva/ salutato le donne e detto/ che resistere non si poteva/ più e che conveniva/ arrendersi per poi cercare di scappare,/ e Aldo aveva detto che stessero tutti tranquilli, che avrebbe preso lui/la responsabilità di tutto e così anche se lo fucilavano/ restavano sei di loro a far andare avanti la campagna;/ la storia dei sette Cervi si è svolta tutta qui, in questa fattoria, su questa terra….Italo Calvino, gennaio 1953
  Giuseppe e Gianfranco le nostre guide, metalmeccanico in pensione quest’ultimo, che racconta dei Cervi e della loro storia di mezzadri e di contadini. In un fondo in affitto, assai povero, essi mettono in atto nuove tecniche, bonificano la terra, la livellano, costruiscono canali, quadruplicando la produzione, grazie alla qualità delle culture nuove, ad un più razionale allevamento,  alle leggi speciali per il miglioramento dei fondi. Il trattore lì esposto, il primo della zona, neppure le cooperative agricole lo possedevano, così la vasca nel cortile, dove le mucche potevano bere a volontà. E c’è esposto, lì a fianco, il mappamondo della pace  e della equità sociale, un regalo per l’acquisto del trattore, presso il Consorzio di Reggio Emilia.
Il Museo è dedicato, dalla Federazione reggiana del PCI, marzo 1961, ai fratelli Agostino, Aldo, Antenore, Ferdinando, Ettore, Gelindo, Ovidio, alla madre Genoeffa al padre Alcide.
Le volte del portico in mattoni, la prima e la seconda stalla, e la terza e, sopra, un secondo fienile, mentre continua Giuseppe a narrare, ‘da qui ascoltavano clandestinamente Radio Londra e Radio Mosca’. 
Bellissima la prima stalla, sorretta da sei colonne, dopo cena ci si riuniva qui, nel calore del luogo, a raccontare storie. Oggi accoglie il telaio, con il filo di canapa e tanti oggetti che sono appartenuti alla famiglia, e l’erpice al centro e la livella per i campi e gli attrezzi del contadino. Poi la produzione, latte e formaggi, apicultura, la vendita dei prodotti al mercato. Nella terza stalla, dell’antifascimo e della Resistenza, gli oggetti per la stampa clandestina, una stampatrice professionale con caratteri di piombo, e i proclami dei nazisti e le testimonianze del tempo, giornali e pubblicazioni. Sui muri, le testimonianze degli scrittori antifascisti; di Calamandrei ‘quando la sera tornavano dai campi sette figli, otto col padre…’, di Quasimodo ‘nel mio cuore finì la loro storia/quando caddero gli alberi e le mura/tra furie e lamenti fraterni/nella città lombarda’. Quindi la cantina, dove trovarono scampo prigionieri di guerra appena fuggiti e decine  di antifascisti e tanti operai delle Officine Reggiane, dopo gli scioperi. Nelle doppie pareti si nascondevano armi e  derrate alimentari, sottratte all’ammasso.
Saliti in montagna nel settembre del 1943, in contrasto con la dirigenza del PCI clandestino di Reggio Emilia, poiché non erano ancora strutturate le formazioni partigiane, vi restano per quaranta giorni, dice Giuseppe a conclusione del racconto. Poi, abbastanza isolati, son costretti a rientrare a casa. Due plotoni di fascisti assaltano subito dopo la loro cascina e la incendiano, costringendo  tutti i familiari ad abbandonarla. Portati in carcere a Reggio Emilia, i sette fratelli Cervi vengono fucilati, presso il poligono di tiro, il 28 dicembre del 1943. Una cugina ne riconoscerà i cadaveri, abbandonati dentro il vecchio cimitero e nell’ottobre del 1945  il PCI locale dedicherà loro dei veri funerali.
Per ben sei volte la casa dei Cervi fu data alle fiamme dai fascisti; l’ultima nel luglio del 1945, quando i tedeschi erano già fuggiti, e le gente continuava a frequentare Casa Cervi come vero luogo di memoria.  
Il Museo è stato aperto nel 1972, ad opera della Confederazione italiana degli agricoltori,  dell’ANPI di Reggio Emilia e del comune di Gattatico. Per tramandare la memoria storica e i valori della Resistenza e tutelare la nostra Costituzione.

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