Addio, compagno Muledda

2 Luglio 2018
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Tonino Dessì

Non scriverò per Gesuino Muledda una commemorazione analoga a quelle che ho scritto per Emanuele Sanna e per Luigi Cogodi.
Non c’è stato infatti l’intenso legame personale che avevo col primo, ancorchè contrastato da non meno intense tensioni politiche.
Nè c’è stata la convergenza su tematiche strategiche come quella del governo del territorio che si verificò col secondo, col quale tuttavia non eravamo fatti per intenderci per le medesime ragioni che mi misero in conflitto col primo, le stesse peraltro che non mi videro in sintonia con Gesuino.
Muledda ebbe in comune con entrambi gli altri due compagni l’esser stati dall’inizio degli anni ‘80 in poi l’espressione dell’ultimo importante investimento generazionale nella dirigenza del PCI sardo.
Un buon investimento: quadri giovani, istruiti, intelligenti e privi di complessi di inferiorità.
Misero a frutto, soprattutto nella stagione che andò dal 1981 al 1989, tutta la maturazione riformatrice di alcuni decenni precedenti di crescita e di radicamento popolare della sinistra sarda della seconda parte del secondo dopoguerra.
Oniferese di nascita, ogliastrino d’adozione, Muledda si impegnò soprattutto nella politica agropastorale, svolgendovi un ruolo complesso, sia nella competizione per il consenso con la Democrazia Cristiana, prima dominatrice quasi incontrastata del mondo delle campagne, sia nel compromesso con la stessa che fu alla base materiale di tutta la lunga fase dell’”unità autonomistica”.
Nel PCI fu anche quello che da un certo momento in poi anticipò la parabola di quella generazione di dirigenti e di esponenti istituzionali.
Una parabola che tanto sul piano interno quanto su quello esterno finì per esprimere quelle tendenze conservatrici e consociative che resero sempre più ingessata la vita dei partiti e le dinamiche dell’autonomia regionale sarda.
Dei tre è stato il più longevo anche politicamente.
La traversata che dalla fine degli anni ‘90 intraprese fuori dal PCI, originata come per Luigi da vicende connesse alle mancate ricandidature che caratterizzarono la lotta interna successivamente alla controversa esperienza del Governissimo presieduto da Antonello Cabras, lo portò prima a confluire nel PSD’Az di Giacomo Sanna, poi a staccarsene fondando i Rossomori, piccola costola organizzata di un’area di sardismo di sinistra che concorse alla maggioranza attualmente alla guida della Regione.
Staccatosi, sempre alla guida dei Rossomori, anche da questa maggioranza, Muledda è stato il regista politico della vicenda della coalizione “Autodeterminatzione”, naufragata sugli scogli delle elezioni del 4 marzo e della deflagrazione interna che ne è succeduta.
Non siamo andati d’accordo politicamente quasi mai su quasi nulla.
Eppure, anche in occasione di recenti pubblici contrasti, non ci siamo mai negati la dignità della reciproca interlocuzione.
Ebbi modo di rappresentargli anche in una delle conversazioni private più recenti- e ne convenne- che forse ci legava ancora un rapporto di tipo famigliare, dovuto a una mai interrotta consuetudine al confronto anche aspro nella convinzione che il contenuto del contendere fosse pur sempre il comune pubblico interesse.
Fra tutti gli altri aveva spiccata una dimensione tattica, quasi ludica, in politica, che ha mantenuto anche in questi anni di sofferenza e di malattia affrontati col coraggio di chi non si arrende.
La sua storia recava delle costanti che me lo rendevano ormai prevedibile, ma che mi facevano sempre sorridere con l’apprezzamento che si può provare per un’intelligenza acuta, per un dire arguto, per un senso di se e del proprio valore che, quelle si, erano tutte da considerarsi doti e non difetti.
Se anche per la sua scomparsa mi dispiace, a parte ogni altra umana considerazione, è nuovamente perché continuano ad andarsene pezzi del mio mondo di un tempo, come parti ancora importanti di me stesso.
Addio, Muledda.

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