Aldo Moro: la politica come sacrificio

9 Maggio 2008
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Gianluca Scroccu

A trent’anni dal barbaro assassinio di Aldo Moro e della sua scorta è forse arrivato il tempo di scrivere la parola verità su questa vicenda che ha segnato con il sangue la storia dell’Italia Repubblicana. Ed è opportuno farlo il nove maggio, giornata della memoria di tutte le vittime del terrorismo.
La recente decisione del dimissionario governo Prodi di togliere il Segreto di Stato (che non durerà più di trent’anni) potrà rappresentare, forse, l’occasione per ricostruire tutti i tanti contorni oscuri della vicenda. La ferita generata sulla nostra Repubblica da quegli eventi è ancora aperta, perché ancora non ne conosciamo la verità che neanche cinque processi e diverse commissioni parlamentari sono riuscite ad appurare. Possiamo, dal punto di vista storico e politico, tentare un bilancio sulla figura dello statista pugliese. Moro ci appare come uno dei migliori rappresentanti di quella classe politica uscita del fascismo che si assunse il delicato compito di ricostruire il Paese, a partire dalla stesura della Costituzione (e proprio della Costituente Moro, appena trentenne, fu un assoluto protagonista). Egli fu un politico capace di sposare cultura e una visione politica robusta finalizzata ad una sintesi equilibrata, e tale fu il suo ruolo non soltanto in occasione del varo dei governi di centro-sinistra “organico” con i socialisti di Nenni negli anni Sessanta (quando dovette convincere il suo partito e le gerarchie vaticane più ostili), ma anche in occasione dei difficili anni Settanta, quando seppe interpretare, parallelamente con Enrico Berlinguer, l’esigenza di un accordo tra le forze democratiche e costituzionali per tentare di dare una risposta  al malessere e alle violenze di cui era impregnato il Paese. Sia il compromesso storico che la solidarietà nazionale, sotto questo punto di vista, rappresentavano due tentativi di superare difficoltà strutturali ed istituzionali  per cercare di portare la politica italiana sui binari di una normale alternanza sul modello europeo (quella tra un partito cristiano di centro e uno socialista). Moro sapeva che la sua scomparsa avrebbe portato alla fine di un equilibrio che in lui vedeva uno dei maggiori artefici. Continuò per questo, anche dalla “prigione del popolo”, a fare politica nel tentativo di non soccombere sotto le spire della ragion di stato e del cinismo del mondo politico, in primis del suo partito, che lo dichiarò pazzo o che non ne riconosceva gli scritti dalla prigione. Invece in quel carcere, di fronte alla violenza brigatista, continuò ad adoperare la sua fine intelligenza e nel contempo seppe rimanere un uomo dalla grande e toccante umanità (si vedano in questo senso le bellissime lettere ai familiari, come quelle alla moglie e al nipotino Luca); la sua vicenda, in questo senso, presenta diverse analogie con quella di un altro grande italiano del Novecento, Antonio Gramsci.
La profondità di Moro nel leggere la società e i suoi mutamenti è ancora oggi attuale; basta ricordare come, nel Memoriale, seppe individuare nel giornalismo italiano monopolizzato da poche testate (che avevano avuto un ruolo fondamentale nello sterilizzare tutti i tentativi della trattativa), uno dei maggiori problemi italiani, in quanto, come scrisse, quei quotidiani erano stati abili nel far scomparire non soltanto le opinioni, ma soprattutto i fatti. Una capacità di analisi così moderna (fatta come prigioniero di barbari assassini imbevuti di ideologia e in condizione di assoluta costrizione!) che dobbiamo conoscere e ricordare. E il modo migliore per onorare Moro e tutte le vittime del terrorismo.

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