Landini parla agli studenti del Martini

18 Maggio 2015
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Gianna Lai

Landini parla al Martini de ‘I miei Primo Maggio’, Landini, Romagnoli, Pasquini. Edizioni L’Io e il mondo, 2015.
Nella sua esperienza di metalmeccanico e sindacalista FIOM, una riflessione con gli studenti sulla storia del lavoro in Italia dagli anni Settanta ad oggi.

Sono nato il 7 agosto 1961 e vengo da una famiglia numerosa, padre cantoniere madre casalinga. Ho frequentato per due anni l’Istituto per geometri, ma la mia famiglia non poteva pagare i nostri studi e ho iniziato a lavorare come apprendista in un’azienda artigianale metalmeccanica, in provincia di Reggio Emilia. Poi nella Cooperativa Metalmeccanica ho imparato a fare il saldatore. Mi fu chiesto se volevo essere delegato a rappresentare i 250 dipendenti dell’azienda, accettai. Era il tempo dei Consigli di Fabbrica, 7-8 lavoratori che andavano a parlare con l’impresa dell’organizzazione del lavoro, tenendo conto delle esigenze di tutti gli operai. A 25 anni la FIOM mi chiese di  fare il sindacalista nella Federazione Italiana degli Operai Metalmeccanici, la FIOM-CGIL. Accettai, ma il mio posto è dentro la Cooperativa dei Metalmeccanici: sono saldatore, in distacco sindacale e son pagato dalla FIOM, 2.200 euro al mese, non dall’azienda di provenienza, dove ne avrei percepito 1400-1600. Sindacato vuol dire, dal greco, insieme con giustizia, quando le singole persone che lavorano decidono di mettersi insieme: se i lavoratori decidono di organizzarsi, allora esiste il Sindacato. Così nasce la FIOM-CGIL, il nostro bilancio è pubblico, viviamo dell’1% del lavoro degli iscritti, 350mila operai e impiegati (su 2 milioni di metalmeccanici esistenti in Italia), che versano al Sindacato l’1% del loro stipendio.
  Fare il sindacalista non è un mestiere, perchè devi credere in quello che fai, studiare, leggere, impegnarti nel rapporto con gli altri. E scrivere ‘I miei Primo maggio’, che nasce dalla collaborazione con Umberto Romagnoli, giurista e padre del Diritto del lavoro, andare a parlarne all’Università e nelle scuole, mi ha convinto dell’importanza della memoria, senza la quale saremmo semplici macchine. Perchè le storie sono legate ai fatti e noi siamo il frutto di chi è venuto prima. La mia vicenda dice quanta fatica fanno oggi le persone che, per vivere, devono lavorare. Scarsi gli stipendi, alto lo sfruttamento, ciascuno messo in competizione con l’altro di fronte al rischio di essere licenziato.
Voglio quindi partire dal Primo Maggio, Festa del lavoro, che nasce negli USA durante uno sciopero degli operai  americani per rivendicare le 8 ore. Contro le 16 imposte in quel tempo, 8 ore per lavorare, 8 per vivere, 8 per dormire, secondo un modo di procedere che avrebbe poi caratterizzato tutta l’esperienza sindacale moderna. Organizzarsi collettivamente, chiedere i diritti e, se non vengono concessi, decidere di astenersi dal lavoro. Ma il diritto sindacale nasce in Inghilterra per riconoscere  al lavoratore,  troppo debole rispetto al datore di lavoro, la possibilità di  organizzarsi e difendere la propria dignità dal potere assoluto dell’imprenditore. E dal diritto del lavoro nascono i Contratti Collettivi sull’orario, il salario, l’inquadramento, l’assicurazione, la previdenza, l’assistenza e le assemblee in fabbrica per affrontare le questioni dell’organizzazione aziendale. Ci son state grandi battaglie contro il lavoro inteso come  un contratto qualunque, d’affitto per esempio, che si compra e si vende alla stregua di una merce. Ed è stato un processo di crescita democratica importante la conquista dei diritti, che ha visto migliorare le condizioni di vita di milioni di persone e reso più ricchi il nostro paese e l’intera Europa. Così negli anni Settanta una famiglia, formata da 7 persone, poteva vivere di un solo stipendio, così nel 1978 io, che ero apprendista iscritto all’Ufficio di  Collocamento, sapevo dove era possibile trovare il lavoro e, dopo un periodo di 15 giorni, potevo già essere assunto. Messo in discussione il diritto al lavoro secondo Costituzione, oggi si deve  ‘conoscere qualcuno’ e addirittura pagare, per essere assunti. Oggi la precarietà infinita svalorizza il lavoro e crea competizione, così aumentano diseguaglianze, povertà e disoccupazione. La ricchezza si concentra in poche mani e rischia di diventare povero anche chi ha un salario o uno stipendio.  E’ naturale? No, è frutto di rapporti di forza e di regole ingiuste che non tutelano il lavoro.
Io son sicuro che ciascuno di voi ha dei progetti per il futuro e delle motivate attese, costruite giorno per giorno a scuola e in famiglia. Ma bisogna avere la consapevolezza che i valori scritti nella Costituzione,  il valore dell’uguaglianza, il diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute, i diritti sociali,  non son mai acquisiti per sempre e che oggi le scelte di governo vanno in tutt’altra direzione. Ma credo che anche le Organizzazioni Sindacali  debbano porsi il problema del  cambiamento, per poter seriamente rappresentare il mondo del precariato e, insieme, impedire la competizione tra i lavoratori. A parità di lavoro, parità di diritti e di retribuzione, per contrapporsi all’ideologia del mercato libero, tutto si può comprare e vendere, che riconosce all’impresa la libertà di licenziare e  di sfruttare l’uomo, negandone la dignità. Ci son cose che non sono in vendita, il lavoro, il pensiero, la dignità della persona, valori e principi che rendono fondamentale la cultura civica, per rafforzare la cultura del lavoro fra i giovani. 
 
Li ha chiamati più volte direttamente in causa gli studenti, toccando i temi del loro presente e  facendo appello alle loro aspettative. Ora le domande non possono che partire direttamente dal Jobs Act e dai problemi della disoccupazione: cosa ci sarà dopo il diploma; quale rapporto tra sindacato e politica, perchè si prolunga l’età pensionabile, tagliando fuori i giovani; perchè Landini ha scelto di entrare nella FIOM-CGIL.
 
Col Jobs Act - risponde Landini - si rende più facile il licenziamento e vi garantisco, per esperienza, quale dramma sia il licenziamento.
Ciascuno si identifica col suo lavoro, senza, si entra subito in crisi. Il Jobs Act cancella lo Statuto dei lavoratori, una legge del 1970 che applicava i diritti sanciti dalla Costituzione e che è stata frutto di tanti anni di lotte: finalmente potevi essere iscritto al Sindacato senza essere licenziato, la fine cioè di ogni discriminazione. Lo Statuto garantiva i lavoratori nell’impresa di oltre 15 dipendenti, tutelando il singolo che poteva essere reintegrato dal giudice, se l’imprenditore lo avesse licenziato non rispettando le regole. Ora il giudice non può più intervenire perchè, in caso di licenziamento, è semplicemente previsto un risarcimento di  2 mensilità per ogni anno di lavoro. Nè  ha cancellato il precariato, la nuova legge, quando invece, contro le attuali 25, bastano 6-7 regole per definire i rapporti di lavoro, tempo indeterminato, a termine, apprendistato, interinale, part time. Neppure ha introdotto tutele universali,  perchè la Cassa integrazione, unica tutela per i licenziati, non è destinata a chi  il lavoro lo sta cercando. Noi chiediamo invece un reddito minimo, come già avviene nel resto d’Europa, attraverso interventi fiscali mirati, e siccome non si crea lavoro se dai libertà di licenziare, se rendi più debole chi lavora, chiediamo che si riprenda a investire nel nostro Paese, come  già sta avvenendo in Europa. L’Italia è il Paese con meno laureati, con la più alta dispersione scolastica e con altrettanto alti livelli di precariato, cui corrispondono bassi livelli di ricerca, di investimenti e di produzione. Perchè all’ingegnere non insegni come produrre senza inquinare piuttosto che come tagliare i tempi alla catena, aumentando lo sfruttamento degli operai? Il fatto è che si intende introdurre il modello USA, che vieta lo sciopero contro il governo e che consente solo l’esistenza di un Sindacato aziendale, privo del riferimento a quello generale. Mentre noi ribadiamo, contro questa deriva, che bassi salari vogliono dire povertà,  e investire sul lavoro vuol dire produrre ricchezza diffusa. Siamo convinti che la questione possa sintetizzarsi in questo modo, cambiare il modello e il sistema economico e sociale, secondo un’ idea che assuma come centrale i principi della Costituzione Repubblicana.

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