Il “declino” dell’Italia e l’incertezza del suo futuro

5 Agosto 2015
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Gianfranco Sabattini

Il sistema sociale italiano è caratterizzato oggi da una forte instabilità politica che, oltre ad essere il riflesso della crisi economica che l’ha coinvolto, è anche l’immagine speculare dall’assenza di un’adeguata coesione sociale. Lo stato d’incertezza, in tutti i sensi, impedisce alla società italiana la costruzione condivisa di un qualsiasi disegno utile a prefigurare uno scenario per l’uscita dalla crisi economica e politica che la costringono all’immobilismo. Lo stato d’inerzia nel quale si dibatte il Paese evoca le considerazioni che due storici, Ernesto Galli della Loggia e Aldo Schiavone, hanno svolto all’indomani delle celebrazioni dell’anniversario dell’Unità nazionale nel libro “Pensare l’Italia”.
I due autori, pur da posizioni diverse riguardo al ruolo che lo Stato può svolgere per la ripresa dell’Italia, semmai sarà possibile, concordano però all’unisono sulle cause che hanno condotto l’Italia verso il declino. Secondo i due storici, ad aver portato il Paese verso tale china al ribasso non è stata solo la crisi economica che ha colpito gran parte dei Paesi occidentali dopo il crollo del mercato immobiliare americano, ma la convergenza degli effetti negativi di processi svoltisi prima che essa avesse inizio.
Da un lato, secondo Galli della Loggia, sono venuti al pettine molti errori del passato remoto e recente, quali la mancata riforma della struttura dello Stato e le privatizzazioni, effettuate soprattutto dopo l’avvento della Seconda repubblica; dall’altro lato, sono emersi gli esiti negativi del modo in cui è stata effettuata la ricostruzione postbellica e delle forme assunte dal sostenuto sviluppo verificatosi nei trent’anni successivi al 1945, per via dei fattori eccezionalmente favorevoli dei quali l’Italia ha fruito, senza mettere in conto un possibile loro cambiamento, come poi è realmente avvenuto, in un tempo successivo. Tutto ciò ha concorso a creare, insieme ad una vita pubblica sempre più afflitta da pochezza di uomini e da scarsezza di idee, “un’atmosfera d’incertezza profonda, di dubbio e quasi di scoramento”, che ha indotto a ritenere che il declino del Paese sia irreversibile.
Anche secondo Schiavone, gli aspetti negativi sottolineati da Galli della Loggia hanno spinto il Paese all’inizio del nuovo secolo a smarrire l’idea di cosa dovesse e potesse fare per il suo futuro; egli, perciò, concorda sul fatto che il Paese sia esposto al rischio di un declino, non solo di natura congiunturale, ma anche strutturale. Tutto ciò è avvenuto nonostante che, negli anni Novanta, l’Italia sembrasse aver trovato, con la riforma elettorale, prima, e con l’adesione alla moneta unica europea, poi, la speranza di poter credere in un futuro caratterizzato da una “piena normalità democratica” nel funzionamento delle proprie istituzioni politiche e, dopo l’adesione alla moneta unica europea, dal raggiungimento dell’obiettivo della definitiva unione politica dell’Europa; eventi, questi, considerati sufficienti a consentire al Paese di liberarsi dagli esiti degli errori del passato. Sul finire del decennio successivo, invece, “tutto si è ingarbugliato e involuto”; la crisi economica ha fatto emergere, oltre ai limiti della struttura produttiva, l’impossibilità di un’azione politica adeguata alla gravità della situazione.
La struttura produttiva, infatti, ha scontato il suo mancato rinnovamento dopo l’avvento del neoliberismo reaganiano e thatcheriano; ciò perché si è valutato più conveniente dare inizio allo smantellamento dell’economia pubblica, che ha solo provocato una deindustrializzazione dell’economia, un ritardo sul piano dell’innovazione tecnologica, un aumento delle disuguaglianze sociali e un arretramento complessivo rispetto agli altri grandi Paesi occidentali.
L’arretramento della struttura produttiva ha inoltre provocato, sul piano della governance del sistema sociale, l’incapacità dell’Italia di esprimere una nuova progettualità; ciò in quanto in luogo del rinnovamento dei legami comunitari, sono stati conservati quelli vecchi, di classe, approfondendo per questa via una sconnessione fra le trasformazioni sociali necessarie per ristrutturare la base produttiva del Paese e la capacita di elaborare adeguati scenari per il suo futuro. D’altra parte, anche sul piano strettamente politico, mancando di rimuovere il vizio di origine della propria Costituzione, che impediva la formazione di maggioranze libere dagli eccessivi condizionamenti dell’opposizione, l’Italia non ha potuto giovarsi di scelte idonee a rimuovere i lasciti negativi del passato, a causa dell’immobilismo politico.
Ancora, per i due storici, ciò che ha concorso a consolidare il declino del Paese è stata la sua debole collocazione sul piano internazionale, connessa alla mancata nascita dell’Europa politica, ma anche al fatto che in Italia ha prevalso “da destra” una critica della globalizzazione, rivendicante un Paese antiunitario, ripiegato su se stesso, con minore solidarietà nazionale, e meno disposto all’integrazione e all’accoglimento della diversità; senza che tutto ciò, ironia della sorte, abbia provocato una qualche reazione da parte di quel che restava dell’imprenditorialità più avanzata, interessata a liberarsi dai vincoli rappresentati dallo Stato italiano e dalla sua legislazione soffocante, per reggere meglio la concorrenza internazionale.
Di fronte alla situazione descritta, Galli della Loggia e Schiavone si chiedono cosa potrà essere l’Italia del futuro. Una risposta all’interrogativo, secondo i due storici, non può non fare perno su un punto di particolare importanza, qual è la rilevanza di sé che l’Italia dovrebbe far valere nel mondo. Secondo molti osservatori, l’Unione Europea costituisce l’unica garanzia contro il declino dell’Italia; tuttavia, anche ammesso che l’unione politica europea possa essere raggiunta, occorre sempre chiedersi quale voce potrà avere l’Italia all’interno dell’Unione. Secondo i due storici, per sperare che l’Italia possa avere una voce credibile, occorrerà costituire preventivamente un’“unità nazionale” coesa, non “attraversata da divisioni laceranti come, invece, è accaduto in questi ultimi tempi”.
L’incertezza sul peso che l’Italia potrà esercitare all’interno dell’Europa dipenderà solo dagli italiani, i quali, in ogni caso, non avranno al di fuori dell’Europa altra alternativa se non il declino irreversibile del loro Paese. Pur integrata nell’Unione Europea, per fare la sua parte, l’Italia avrà bisogno, secondo Galli della Loggia, di un’unità interna fondata su forti legami di cittadinanza, i quali avranno come premessa l’acquisizione di un’identità nazionale, senza la supposizione che essa implichi un comunitarismo oppressivo e liberticida. E’ questo un punto riguardo al quale Schiavone è di parere diverso; egli ritiene che la qualificazione dell’identità in senso nazionale sovraccarichi la nazione di pregiudizi ideologici. Fatto questo che potrebbe impedire agli italiani una facile integrazione fuori dal loro territorio; tale rischio potrà essere evitato, se essi sapranno convincersi definitivamente che, con l’Italia integrata in una comunità più vasta, lo Stato nazionale italiano si ridurrà a poco più di “una forma di governance regionale” del comune modo di pensare, del tutto ininfluente sulle forme reali con cui potranno dare risposte responsabili ai problemi che all’interno delle asfittiche “mura nazionali” non sono riusciti a risolvere nel segno della modernizzazione.

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