Dignità della persona e del lavoro vs. macelleria

13 Giugno 2008
3 Commenti


Red

Dov’è, a Mineo e negli altri luoghi di mattanza, la centralità della persona e del lavoro, su cui si fonda la nostra Repubblica? Che c’entra questa macelleria nei luoghi di lavoro con la Costituzione? Forse niente più delle tragedie continue, da bollettino di guerra, che si consumano nella produzione ci dice quanto la Costituzione formale sia stata soppiantata dalla costituzione materiale. Una Repubblica realmente fondata sul lavoro non può tollerare questo massacro degli operai: più di tre al giorno, oltre mille all’anno; più dei poveri ragazzi americani che muoiono nella sciagurata guerra irakena. Fondare la Repubblica sul lavoro, assumendo in pieno il dettato dell’art. 1 della Costituzione significa porre a base della società e della produzione l’elemento di critica e antitesi radicale e irriducibile al capitalismo senza regole, porre l’argine e il temperamento serio alle espressioni più selvagge del liberismo. La centralità della persona non può tollerare le violenze giornaliere sui deboli, sui ceti subalterni, dai lavoratori, alle donne ai rom, agli immigrati.
 Tutto questo mostra anche quanto sia fallace porre l’impresa come fulcro della Repubblica. Perché questo si è fatto in questi anni: la Repubblica è stata rifondata sul mercato e sull’impresa. Ma l’impresa mostra, se ancora ce ne fosse bisogno, di non avere l’eticità necessaria per essere il fattore propulsivo della società. E tanto meno la mano invisibile del mercato, che in fondo come tutte le mani nascoste, se non sono almeno regolate e controllate, si muovono solo per rapinare le loro vittime. Mercato e impresa al posto della persona e del lavoro; da questo capovolgimento di prospettiva nasce anche l’involuzione interna e internazionale: la guerra ridiviene un modo di soluzione delle controversie internazionali; la concorrenza anche fra le persone sostituisce il principio di solidarietà; alle pari opportunità (all’uguaglianza ex ante) si sostituisce un cannibalismo sociale senza limiti e l’assoluto divario fra ricchi e poveri ex post. Il diverso, il debole diventa il nemico da respingere e da reprimere. Da questo punto di vista, i quotidiani proclami del governo e dei suoi ministri delineano un quadro inquietante di regressione verso la barbarie. Altro che sicurezza! E, se la storia ha insegnato qualcosa, è facilmente prevedibile che senza un’opera contrasto netto e di massa, questi sono i segni premonitori della catastrofe.
A fronte di questo scempio dei principi di civiltà giuridica e di civiltà tout court crea indignazione la mancanza di opposizione in Parlamento, la disponibilità a fare insieme le riforme istituzionali. Ma di quali modifiche si parla? Non si capisce che col PDL non si può far altro che dare veste formale ad un’eversione già in atto da tempo? Come faccia il Presidente della Repubblica a compiacersi per il nuovo clima che attraversa il Paese è un mistero incomprensibile. E come faccia un’autorità morale come il Papa ad apprezzare il nuovo corso della politica italiana e a dire che per gli immigrati ci vuole accoglienza ma solo nel rispetto delle leggi. Di quali? Anche di quelle che il governo Berlusconi preannuncia? Perché in questo contesto quelle parole non possono che indurre a questa dolorosa interpretazione. Siamo al punto che un’autorità politica esautorata qual è purtroppo oggi l’ONU è diventata l’unico argine morale contro l’avvilimento e la negazione dei diritti fondamentali dei deboli in Italia.
Il cimitero che ricopre i luoghi di lavoro, i cadaveri galleggianti sul Mediterraneo o depositati dalle onde nelle nostre spiagge, i fuochi contro i rom, l’accanimento contro prostitute e diversi, la militarizzazione delle procedure decisionali, la disponibilità a un maggior impegno in Afganistan e tanto altro ancora non possono non interrogare le nostre coscienze di democratici. Non possiamo stare a guardare né a leccarci le ferite. Bisogna passare dall’indignazione all’azione ferma, unitaria democratica di contrasto. E senza perdere un solo minuto. La sinistra solo su questo terreno può riacquistare la credibilità morale prima che politica per un rilancio.

3 commenti

  • 1 Giacomo Meloni/CSS
    15 Giugno 2008 - 18:01

    Rifuggo dai catastofismi soprattutto quando si cerca di argomentare che il bene sta solo a sinistra,dove pure gli esempi negativi di incapacità di governo e litigiosità dei partiti sono stati alla base della clamorosa sconfitta.
    Ma ritorniamo sul tema delle morti sul lavoro e della sicurezza.
    In un recente dibattito,organizzato dal CREL Sardegna ,mi ha sorpreso l’affermazione di uno dei relatori che,illustrando i dati sugli infortuni e sulle morti in Sardegna ,ci rassicurava che nella nostra Isola i dati non erano così tragici in rapporto ai dati nazionali e che la maggior parte degli infortuni gravi in Sardegna avvengono in itinere mentre il lavoratore si reca a lavoro.Per la verità ripeteva spesso che anche un solo infortunio mortale sarebbe grave,pur tuttavia sottolineava che in Sardegna non siamo messi male.
    Altra affermazione che mi ha lasciato perplesso è che in fondo la Legge 626 non è stata una legge innovativa in quanto non ha fatto altro che riunificare le leggi precedenti sulla sicurezza nei luoghi di lavoro ,avendo l’Italia sulla materia già un ordinamento tra i più avanzati d’Europa.Peccato che il relatore si sia dimenticato di dire che è proprio con quella Legge che si introduce il principio di responsabilità diretta sia dei datori di lavoro sia degli stessi lavoratori,sanzionando per la prima volta penalmente alcune gravi omissioni in materia di mancati controlli e interventi.
    Ora,dopo l’approvazione in tempi rapidissimi da parte del Governo Prodi e del Parlamento anche stimolati dai forti richiami del Presidente della Repubblica Napolitano della nuova Legge in materia di sicurezza sui posti di lavoro,credo che nessuno possa affermare che in Italia non vi sia una legislazione adatta ,efficace e moderna.Si applichi la Legge e si assumano le persone che debbono controllare e vigilare.
    Si fa un gran parlare sull’opportunità di diminuire il numero di intercettazioni,credo che il dovere/potere debba rimanere in capo al Magistrato Inquirente,ma onestamente queste intercettazioni sono un numero spropositato che comporta uno spreco di risorse anche finanziarie che sarebbe meglio spendere per la sicurezza nei posti di lavoro e per meglio organizzare gli stessi tribunali,dove spesso manca anche la carta per fotocopiatore e la benzina per gli addetti.
    Basta col piangersi addosso.Più realismo e volontà di far funzionare meglio le nostre Istituzioni,dove c’è lo spreco della “casta”,i cui privilegi sono piaciuti alla destra e anche alla sinistra.

  • 2 Giacomo Meloni/CSS
    16 Giugno 2008 - 13:57

    Vorrei rassicurare i lettori di questo sito che condivido in pieno l’analisi proposta dalla Red nell’articolo pubblicato il 13/6/2008 almeno fino ai primi due capoversi,sospendendo invece il giudizio dal ventiseiesimo rigo in giù dove le argomentazioni si fanno più politiche.Preciso che il mio commento del 15/6 era fortemente condizionato dal riscontro negativo che spesso ho degli atteggiamenti pratici di alcuni compagni,Ma ,sull’affermazione che oggi l’impresa e il mercato hanno preso il sopravvento sul valore della persona umana e del lavoro principi su cui si fonda la nostra Costituzione ,c’è tutta la mia condivisione,altrimenti non si capirebbe come al centro del mio impegno sindacale all’interno della Confederazione Sindacale Sarda ci sia l’affermazione che “su traballu fai s’omine”,come ribadito nel recente VI nostro Congresso Nazionale.
    Vorrei tornare sulle Leggi sulla sicurezza nei posti di Lavoro per segnalare che dalla Legge N° 626 in poi ed anche nel recentissimo Decreto Legislativo N°81/1 in ogni posto di lavoro è fatto obbligo “eleggere” a scrutinio segreto il Rappresentante della sicurezza tra i lavoratori a libro paga dell’Impresa o Azienda.La figura di questo rappresentante ,che viene chiamato RLS,è fondamentale,tant’è che la legge lo protegge da qualsiasi azione che il datore di lavoro potrebbe mettere in atto per diminuirne la funzione di controllo,verifica e denuncia alle stesse autorità esterne (Ispettorato del Lavoro,ASL,INAIL,Autorità Giudiziaria) delle irregolarità gravi che riscontrasse
    nell’ambiente di lavoro in ordine alla sicurezza.Fatto importante è che la Legge prevede che il Rappresentante della Sicurezza (RLS) non può essere licenziato per gli adempimenti relativi alla sua specifica funzione,compresa la denuncia autonoma alle Autorità surrichiamate.
    Non sempre però questa figura così importante vi è sui posti di lavoro e talvolta questa omissione è causata dagli stessi sindacati che non provvedono all’elezione di detto rappresentante o ne sminuiscono il ruolo nominandolo semplicemente per poterlo meglio controllare.Mentre la Legge è chiara quando ne richiede l’elezione per poter garantire a questo Rappresentante assoluta indipendenza sia dal datore di lavoro sia dalle stesse Segreterie sindacali,che talvolta frenano davanti alla volontà di denuncia di fatti anche gravi in ordine alla sicurezza,temendo che l’Autorità preposta possa intervenire mettendo a rischio i posti di lavoro.Diciamola tutta la verità.Ecco perchè nella formazione del Rappresentante della sicurezza si dovrebbe insistere sul concetto di responsabilità e di autonomia di questa figura essenziale per capire il tasso di sicurezza presente in ogni singolo posto di lavoro.Il Rappresentante della sicurezza non è lo spione,come spesso intendono alcuni datori di lavoro,ma è la certezza che nel posto di lavoro siano applicate le norme a tutela della sicurezza.
    Creare la cultura della sicurezza significa coinvogere datori di lavoro e lavoratori che dovrebbero capire che la sicurezza vuole dire anche qualità,oltre che la necessaria tranquillità nel lavoro.
    Nel corso del già citato 1° Seminario del CREL/Sardegna del 9/6/2008 è stata presentata da dr.Michele Meloni della Medicina del Lavoro dell’Università di Cagliari una interessante esperienza dell’applicazione del Total Productive Maintenance (TPM) nell’industria manifatturiera;informazione,Formazione,Coinvolgimento dei lavoratori,Ebbene la ricerca ha dato ottimi risultati anche dal punto di vista della qualità della produzione su cui molti datori di lavoro dovrebbero riflettere,come pure è risultato più alto l’indice di gradimento dei lavortaori applicati ai singoli settori produttivi che hanno partecipato all’esperimento.
    Durante l’esposizione di questa esperienza,mi veniva da piangere dalla rabbia ,pensando che,nonostante tanti attestati di qualità sia per la performance per la sicurezza sia per la produttività,questa fabbrica che è l’UNILEVER di Cagliari è destinata alla chiusura perchè così è stato deciso dalla Proprietà Multinazionale, a cui neppure la Giunta Regionale Sarda finora ha dimostrato di avere strumenti e capacità per opporsi.Anche questi sono veri disastri.

  • 3 Remo Lai
    17 Giugno 2008 - 03:39

    Ha ragione Giacomo Meloni. Occorrerebbe una mobilitazione dei sindacati nelle fabbriche per provvedere alla elezione del responsabile della sicurezza in ogni luogo di lavoro, come previsto dalla legge. La nomina d’ufficio non dà la legittimazione democratica necessaria allo svolgimento della delicata funzione. L’elezione può essere anche l’occasione per sensibilizzare le maestranze sul tema sicurezza. Tuttavia, anche l’esercizio di questi diritti nei luoghi di lavoro richiedono un’agibilità sindacale che forse non dappertutto esiste. Insomma, anche l’applicazione di una legge sul lavoro ormai in Italia presenta estrema difficoltà, benché la Repubblica sia fondata sul lavoro. Sarebbe importante se i sindacati e i sindacalisti iniziassero a porre la questione al centro della discussione non solo interna.

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