In Sardegna 1200 posti in meno nella scuola

8 Giugno 2008
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Red

In perfetto burocratese il 4 giugno il Direttore generale del Ministero dell’istruzione ha inviato una nota ai Direttori generali degli Uffici scolastici regionali, con la quale ha comunicato la riduzione di 10.000 posti nella scuola. E ciò in applicazione della legge finanziaria per il 2008, che ha rimodulato gli obiettivi di contenimento della finanziaria 2007 e previsto per l’anno 2008/09 una riduzione complessiva di 11.000 posti (10 mila per il personale docente e mille per il personale ATA).
La riduzione/incremento di posti relativi al personale docente – si legge nella nota - è stata definita, per ogni regione, tenendo conto prioritariamente della previsione dell’incremento o del decremento degli alunni, ma necessariamente anche di tutte le nuove disposizioni di razionalizzazione (sic!) previste dalla legge finanziaria 2008. Sono state inoltre applicate tutte le altre misure individuate dalla finanziaria stessa per il raggiungimento dell’obiettivo, quali l’innalzamento del rapporto alunni/classe, la riduzione dei posti di docenti specialisti di lingua inglese nella scuola primaria, la possibilità di derogare ai parametri stabiliti per la formazione delle classi ecc.. Insomma, esattamente il contrario di ciò che è necessario!
Come per l’anno scolastico 2007/08, - prosegue la nota - di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, è stato deciso di operare le previste riduzioni in parte in organico di diritto, per una quota pari a 6.072 unità, in parte in organico di fatto, per una quota di 3.928 posti. Tanto per non arrecare grave pregiudizio alla qualità del servizio scolastico (sic!) e rispondere meglio alle esigenze del territorio (sic!), nonché attraverso una più numerosa platea di posti utili per la mobilità e per le nomine in ruolo, una maggiore stabilità del personale interessato, a tutela della continuità didattica.
Per la Sardegna la riduzione è di 1281 unità. Come si possa scongiurare uno scadimento della qualità del servizio e rispondere meglio alla esigenze del territorio riducendo gli organici nella scuola è un mistero. Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.
Insomma, il governo vuole accrescere le spese militari (disponibilità a rivedere la qualità del proprio impegno in Afganistan) e per le carceri (dove stipare dimostranti ed immigranti clandestini), vuol costruire il ponte sullo Stretto, ma taglia la spesa nel luogo, la scuola, dove i giovani possono divenire cittadini. Se una logica c’è in tutto questo è che l’abbandono scolastico spesso incrementa tragicamente l’incremento della popolazione carceraria. I vecchi leaders del movimento operaio dicevano che per stabilire il tasso di democraticità di un governo è sufficiente misurare la spesa per la scuola e compararla con quella per gli armamenti. Con questo metro, valido ancor oggi, il tasso di democraticità dell’attuale governo rasenta quasi lo zero. Ma da  questo punto di vista anche il centrosinistra non ne esce bene, posto che le economie sulla scuola erano già previste dal governo Prodi e questi tagli ne sono la conseguenza. Ma ci vuol molto a capire che la vera rivoluzione italiana del secondo Novecento è stata la istituzione della scuola dell’obbligo? E che solo da qui può ripartire la crescita, anzitutto civile, del Paese?

1 commento

  • 1 Cristian Ribichesu
    11 Giugno 2008 - 08:24

    La riduzione delle cattedre è un problema, è un problema per l’Italia, che in merito alle valutazioni degli studenti risulta agli ultimi post, ed è un problema della Sardegna, con studenti che risultano ultimi nella nazione. In realtà, rispetto alle valutazioni ma anche rispetto a tutte quelle situazioni di diseducazione degli studenti italiani, rimarcate più volte anche nei media nazionali (e non sono tutte), e considerata la complessità del mondo giovanile in Italia, sarebbe opportuno avere delle classi con un numero di alunni più basso e con un tetto massimo (20? ). In questo modo migliorerebbe la qualità dell’insegnamento e si creerebbero più posti di lavoro (esistono anche sperimentazioni americane che dimostrano la positività nella diminuzione degli alunni per classe, con miglioramento culturale esponenziale per gli alunni che provengono da situazioni problematiche o difficili). Ovviamente l’aumento dei posti di lavoro deve essere una conseguenza di un’azione tesa a sanare il problema dell’istruzione. Altro problema è questo: occorreva e occorre assumere i precari storici. Invece, proprio sulla base delle esigenze educative, anche per il rilancio d’una Scuola capace di risollevare tutto il Paese, predisposto il numero degli insegnanti, assunte tutte le persone che adesso si trovano in una situazione di diritto al lavoro nell’insegnamento, le scuole di specializzazione per l’insegnamento dovrebbero predisporre, per il futuro, la possibiltà d’accesso solo al numero di specializzandi che nell’arco di due anni possono e devono essere inseriti nel mondo lavorativo. Poi per la Sardegna esistono anche altre problematiche, come le piccole realtà scolastiche che non possono essere chiuse solo perchè hanno pochi studenti, perchè in tal caso aumenta il processo di spopolamento delle zone interne e si privano le piccole realtà di strutture che la sera potrebbero allontanare i giovani dalle strade. Certo anche in questo senso, comunque, l’operato regionale dovrebbe lavorare per migliorare le condizioni di vita nelle zone interne, perchè sicuramente non possono essere solo le piccole scuole ad impedirne lo spopolamento.
    Cordiali saluti
    Cristian Ribichesu

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